MotoGP, Marquez non perdona. Onore al Dovi. In ombra Rossi e Petrux

Assolo di Marquez che pregusta il suo ottavo titolo iridato. Dovizioso, corsa d'orgoglio. E Rossi cala


La battaglia per il podio, di spessore tecnico e agonistico, finisce all’ultima curva, anzi sotto la bandiera a scacchi, con le Ducati di Dovizioso e di Miller al secondo e terzo posto. Pur con tutto il rispetto per la prova maiuscola di un Dovi coriaceo e volitivo in gran giornata con una rimonta da incorniciare e anche per quanto dimostrato da un Miller superbo, resta comunque l’amaro in bocca sia per come si è svolta la corsa, senza storia data la indiscutibile superiorità di Marquez-Honda, sia in ottica mondiale, un monologo dello stesso binomio iridato. La battaglia per il podio è stata, infatti, la battaglia degli “altri”, degli “sconfitti”, perché sul traguardo è già passato, solitario primo, con un vantaggio di quasi cinque secondi, Marq Marquez, in testa dal primo all’ultimo metro di gara, indisturbato.

Marquez si ripete non modificando la strategia: la miglior difesa è l’attacco. Specialmente se non è un assalto sconsiderato alla baionetta con gli occhi incrociati ma un lavoro di sapiente tatticismo, dosato e incessante, per far capire all’avversario – a tutti gli avversari – che non c’è scampo, togliendogli via via sin dallo start (addirittura dalle qualifiche) forze, lucidità, velleità di successo. Non si fanno prigionieri.

Tanto meno ad Aragon, dove a fine corsa il popolo del “93” esplode in un boato liberatorio inneggiando a Re Marquez, “imperatore” di un Motomondiale senza più storia. Come senza storia è stata la corsa rispetto alla vittoria. Eppure c’è un “se”. Vedere con quanta differenza di velocità di punta le Rosse superano sul chilometro del “drittone” le moto avversarie (in primis le Yamaha), da una parte c’è da inorgoglirsi per tanta abbondanza di HP e di Kmh ma dall’altra c’è da porsi interrogativi di non facile risposta per comprendere una situazione certamente tutt’altro che catastrofica ma non rispondente all’obiettivo di fondo per cui una Casa come Ducati corre (con un potenziale tecnico e finanziario adeguati), cioè quello della conquista del titolo di campione del Mondo MotoGP.

Perché, con queste moto di così alto potenziale, questo titolo non torna a Borgo Panigale? Perché i pur sprazzi vincenti restano eccezioni? Anche perché in altri circuiti le Rosse non “sverniciano” le moto avversarie con tale facilità, essendoci, oltre ai dritti, anche le curve. Servono risposte dalla Casa bolognese e forse da più lontano in terra germanica, non più tattiche e propagandistiche, ma di analisi tecnica e più generale di analisi strategica sul modo di pensare e gestire le corse. Si vedrà.

Detto di Marquez “dittatore” al suo ottavo centro stagionale e alla sua gara iridata N° 200 con 78 vittorie, adesso in vantaggio sul Dovi secondo di ben 98 punti: 300 contro 202, passiamo al resto. Petrucci, ancora nelle nebbie (12°) perde il suo terzo posto, retrocesso al quarto (155) superato da Rins (156), con alle spalle Vinales (147), 6° Rossi (137) seguito dal sempre più vicino Quartararo (123). Già, Rossi. 8° a quasi 24 secondi di distacco (+23.623).

Inutile nascondere delusione e sofferenza. Il Doc ha oramai “fuori tiro” non solo Marquez e anche le Ducati (anche le Suzuki) e addirittura adesso è braccato dall’Aprilia ma soprattutto perde (ancora) di brutto il confronto interno con Vinales sulla M1 ufficiale e con Quartararo sulla M1 satellite. Che dire? Che la realtà è questa e sottovalutarla, o peggio, nasconderla, non è bene. Finalmente una boccata d’ossigeno per Aprilia. Invece, purtroppo, un altro calice da “cicuta” per Jorge Lorenzo, penultimo a 46 secondi dal compagno di squadra Marquez. Per il maiorchino non è l’ora di chiuderla qui? Il resto in cronaca.

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