MotoGP, davvero Marquez teme il “corpo a corpo”?

Silverstone conferma la regola numero uno del motociclismo: nessuno è imbattibile. La vittoria di Rins conferma che lo stesso “cannibale” Marquez non è imbattibile

La MotoGP di Silverstone conferma la regola numero uno del motociclismo: nessuno è imbattibile. In caso contrario le corse non esisterebbero. La vittoria di Rins conferma che lo stesso “cannibale” Marquez non è imbattibile. Già quest’anno lo stesso Rins aveva vinto in Texas, Dovizioso aveva battuto il 7 volte iridato della Honda in Qatar e in Austria, Petrucci al Mugello, Vinales ad Assen. Quindi quattro piloti hanno fin qui battuto Marquez in sei gare sui primi 12 GP disputati. In queste sei gare dove non ha vinto, l’asso di Cervera (a parte lo zero in Usa per caduta dovuta allo spegnimento del propulsore in curva quando era già in fuga) è sempre giunto secondo: distaccato dal vincitore di 23 millesimi in Qatar, di 2 decimi e 13centesimi in Austria, di 43 millesimi al Mugello, di 4 secondi e 854 centesimi ad Assen, di 13 millesimi a Silverstone. Roba da antologia! Ricapitolando: nelle prime dodici gare del 2019 Marquez ha vinto sei volte e cinque volte è giunto secondo, di cui quattro volte in volata! Tutto ciò conferma una netta superiorità del binomio Marquez-Honda, anzi, della superiorità del pilota su una moto che senza di lui non avrebbe mai vinto quest’anno: due volte sul terzo gradino del podio con Crutchlow, mai con Nakagami, mai con Lorenzo. Marquez, inoltre, ha fatto 8 pole position quasi sempre da record ed è partito in prima fila 11 volte, solo una volta in seconda fila. A sette gare dal termine Marquez (250 punti) ha ipotecato il suo ottavo titolo iridato, guida la classifica con 78 punti di vantaggio su Dovizioso. Seguono 3° Rins (149 punti), 4° Petrucci (145), 5° Vinales (118), 6° Rossi (116), 7° Miller (94), 8° Quartararo (92), 9° Crutchlow (88), 10° Morbidelli (69). I numeri non sono tutto ma questi sono macigni che pongono Marquez quale pilota MotoGP più forte e più completo del 2019 – lo era già da 5-6 stagioni pur con minore affidabilità – avviato a segnare una storica epopea. Senza Marquez, la stessa Honda quest’anno e almeno nelle ultime due-tre stagioni, non avrebbe raggiunto tali significativi risultati in termini di gare vinte e di mondiali conquistati.

Questi sono i fatti dentro i quali si inseriscono (così come è sempre stato e sempre sarà per ogni altro grande campione) i “se” e i “ma” che, pur se legittimi, non cambiano la realtà. Le questioni caratteriali, le simpatie e le antipatie, la condotta di gara, il “modus” di come un pilota si comporta dopo una vittoria o dopo una sconfitta sono questioni secondarie, addirittura spesso fuorvianti, che caratterizzano ogni pilota ma non intaccano il valore di un campione né tanto meno il suo pedigree. Se poi l’antipatia verso un pilota (in questo caso verso Marquez) è data dai suoi continui trionfi (non era così anche per altri, ad esempio Agostini?), ancora più sul gozzo perché magari a danno del proprio pilota del cuore, è evidente che chiunque lo batte viene osannato nella logica che il “nemico” del mio “nemico” diventa mio “amico”. Ciò detto, ogni gara fa storia a sé così come ogni campionato vive in una propria irripetibile dimensione. E’ vero che sempre ogni pilota parte per vincere la corsa. Ma l’obiettivo più importante resta sempre uno solo: la conquista del titolo di campione del Mondo. Vale nel motociclismo come nell’automobilismo e anche nel ciclismo dove ai grandi campioni più della vittoria di tappa interessa la classifica generale per poter trionfare alla fine nel Giro d’Italia o nel Tour de France. Ragion per cui chi è in lotta per il titolo guarda alla classifica generale (pressato dal proprio Team) più che al risultato di una singola gara. Ciò vale ancor di più quando hai già vinto molte gare nello stesso campionato, quando guidi ampiamente la classifica e quindi, pur impegnato nella lotta per la vittoria in gara, non ti butti allo sbaraglio nel giro finale rischiando con una caduta di compromettere un Mondiale già dominato.

Affermare che Marquez perde nel “corpo a corpo” è non tener conto di quanto fatto fin qui dallo spagnolo e di come lo ha fatto dagli inizi della sua carriera ad oggi. Gli avversari di Marquez in ogni gara non partono mai battuti, altrimenti rimarrebbero a casa. Ma sanno bene con chi hanno a che fare in pista e sanno bene che batterlo è possibile ma è una eccezione, non la regola. A Silverstone ha vinto meritatamente un eccelso Rins su una Suzuki adeguata battendo in volata un Marquez che – questo è vero – ha fatto di tutto (anche di più e forse anche… troppo….) per tagliare per primo il traguardo. Con i “se” non si fa niente ma qui la domanda s’impone: sarebbe finita allo stesso modo se i due piloti avessero avuto gli stessi obiettivi? Qui l’obiettivo di Rins era giocarsi il tutto per tutto per la vittoria, non avendo niente… da perdere. Mentre per Marquez l’obiettivo prioritario era e resta il titolo di campione del Mondo, cui tutto si sacrifica, anche il gradino più alto del podio nel GP d’Inghilterra. A Silverstone Marquez avrebbe potuto anche non correre tali rischi, giungendo anche terzo o addirittura quarto. Invece non ha mai mollato la presa portando a casa un argento che vale oro, dopo una prestazione degna del fuoriclasse che è. Non si è nascosto dietro la classifica – e di fronte a una strategia da ragioniere nessuno avrebbe potuto dire “a” – ma ha tenuto aperta la corsa con la baionetta in bocca fino all’ultimo millimetro, con ciò dando ancor più valore al trionfo di Rins. A Marquez poco interessa chi fa secondo dietro a lui ma anche poco gli interessa chi, su piste particolarmente favorevoli o per certe condizioni che in corsa accadono pro e contro, riesce anche a batterlo. Importante, per lui, che non sia sempre lo stesso e che ciò accada raramente. Ed è quel che è fin qui è avvenuto nel 2019, così come nelle ultime stagioni. Vincere una battaglia conta. Ma quel che conta davvero è vincere la guerra.

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