Suzuki Bandit 1340 Turbo: 200 CV e telaio in alluminio per una special estrema

Suzuki Bandit 1340 Turbo: 200 CV e telaio in alluminio per una special estrema
F C
Fabio Chiarani
Pubblicato il 10 set 2026

C’è ancora una Suzuki Bandit 1200 là sotto, almeno nello spirito. Perché dopo oltre vent’anni di modifiche la moto di Colin Worth ha ben poco in comune con l’esemplare uscito dalla fabbrica nel 1996. Il motore è arrivato a 1.340 cc, c’è un sistema turbo artigianale, la potenza supera i 200 CV e il pesante telaio originale in acciaio è stato sostituito da uno in alluminio.

Il risultato è una special estrema che pesa circa 200 kg con il pieno e che sul quarto di miglio ha fermato il cronometro a 11,1 secondi, raggiungendo circa 225 km/h. Numeri notevoli, soprattutto considerando che il progetto conserva volutamente la silhouette della vecchia Bandit.

Suzuki Bandit 1340 Turbo: da muscle bike a special da 200 CV

Per capire questa trasformazione bisogna tornare alla Bandit 1200 degli anni ’90. Suzuki aveva costruito una moto dalla ricetta relativamente semplice: grande quattro cilindri raffreddato ad aria e olio, ciclistica essenziale e impostazione naked.

Il motore da 1.152 cc derivava dalla famiglia GSX-R1100 e offriva una base particolarmente apprezzata da chi amava elaborare le moto. Non sorprende quindi che negli anni la Bandit sia diventata una delle protagoniste della scena streetfighter.

Colin Worth acquistò la sua Bandit 1200 N del 1996 nel 2003. All’inizio arrivarono interventi relativamente semplici, come scarico e manubrio. Poi il progetto ha continuato a evolversi fino a trasformare quasi completamente la moto.

Oggi, infatti, della configurazione originale è rimasto pochissimo.

Uno degli interventi più importanti riguarda il telaio. La struttura di serie in acciaio ha lasciato spazio a un Gia Engineering in alluminio, realizzato come replica del telaio destinato alla Bandit 1200 e capace, secondo i dati forniti dal proprietario, di far risparmiare 11 kg.

Anche il resto della ciclistica è stato adeguato alle prestazioni. Davanti troviamo forcelle K-Tech KTR4 DDS di derivazione superbike, mentre posteriormente lavora un ammortizzatore Öhlins. Completano il pacchetto cerchi Dymag e impianto frenante ISR.

Non si tratta quindi semplicemente di una Bandit con un turbo montato sul motore. Il progetto ha interessato praticamente ogni area della moto.

Motore GSX-R1100 da 1.340 cc e turbo costruito in casa

Il protagonista resta inevitabilmente il motore. Al posto dell’unità nella configurazione originale troviamo un GSX-R1100 portato a 1.340 cc, al quale è stato abbinato un impianto turbo realizzato artigianalmente.

Quello attualmente installato è addirittura il secondo sistema costruito da Colin, che ha rivisto il primo progetto perché non era soddisfatto di alcune delle soluzioni adottate.

Il lavoro non si è limitato a montare turbocompressore e relativi collegamenti. La messa a punto ha richiesto lunghi periodi di prova, con modifiche effettuate progressivamente per verificare il comportamento della moto.

Particolarmente curioso è lo scarico. È costruito con tubazioni in titanio da 70 mm ed è formato da ben 53 elementi saldati tra loro. Per realizzarlo sono servite oltre 40 ore di lavoro.

A completare la trasformazione troviamo una frizione MTC lock-up, soluzione utilizzata per gestire meglio l’elevata potenza. In questo tipo di sistema la pressione sui dischi della frizione aumenta con il crescere del regime, aiutando a trasferire coppie elevate senza ricorrere esclusivamente a molle estremamente rigide.

Il serbatoio, invece, è stato realizzato in alluminio, mentre codino e parafango anteriore sfruttano la fibra di carbonio.

Oltre 200 CV per appena 200 kg

Ed eccoci ai numeri. Con la pressione del turbo impostata su un livello relativamente basso, la Suzuki Bandit 1340 Turbo supera i 200 CV.

Il peso dichiarato con il pieno è di circa 200 kg, sensibilmente inferiore rispetto alla moto di partenza. Il rapporto tra peso e potenza diventa quindi vicino a 1 kg per CV, senza considerare il peso del pilota.

Sul quarto di miglio la moto ha ottenuto un miglior tempo di 11,1 secondi, tagliando il traguardo a 140 mph, equivalenti a circa 225 km/h.

Ma sono soprattutto le sensazioni raccontate dal proprietario a far capire il carattere della moto.

A basso regime la Bandit può essere utilizzata senza particolari drammi e mantiene un comportamento relativamente vicino a quello della 1200. Superati i 3.000 giri, però, il carattere inizia a cambiare. Intorno ai 6.000 giri il turbo raggiunge la piena pressione e la situazione diventa decisamente più impegnativa.

Nelle prime quattro marce la ruota anteriore può sollevarsi oppure quella posteriore perdere aderenza. In una prova effettuata su un aeroporto, il proprietario racconta di aver visto l’anteriore staccarsi dall’asfalto in quarta marcia a circa 150 mph, poco più di 240 km/h.

Una Bandit costruita e modificata per oltre 20 anni

Forse il dato più interessante di questa Suzuki Bandit Turbo non è nemmeno quello relativo alla potenza. È il tempo impiegato per arrivare alla configurazione attuale.

La moto è nelle mani dello stesso proprietario dal 2003 ed è stata continuamente modificata, provata e perfezionata. Molti componenti sono stati costruiti direttamente nel garage di casa, compresi particolari apparentemente secondari come il cavalletto laterale in alluminio e il supporto della strumentazione.

Nonostante la trasformazione radicale, l’obiettivo è sempre stato quello di conservare il profilo riconoscibile della Bandit originale. Ed è probabilmente proprio questo il dettaglio che rende la special particolare: a prima vista resta legata alle grosse naked Suzuki degli anni ’90, ma sotto la carrozzeria nasconde una meccanica completamente trasformata.

Telaio in alluminio, sospensioni racing, componenti in carbonio, 1.340 cc e oltre 200 CV turbo hanno ormai portato il progetto molto lontano dalla Bandit 1200 del 1996.

Eppure la filosofia rimane la stessa: un grande motore, una naked senza troppi fronzoli e prestazioni capaci di mettere seriamente alla prova chi sta al manubrio.

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