MotoGP, “questione” gomme e “questione” piloti

Conta più la moto o il pilota? Oggi in MotoGP decidono le gomme?


Da sempre nel motociclismo si discute se conta più il mezzo o chi lo guida, se la vittoria è dovuta più alla moto che al pilota, se lo sconfitto può incolpare il gap tecnico della propria cavalcatura rispetto a quella di chi lo precede. In ogni analisi c’è sempre un po’ di ragione anche perché non ci sono state mai e non ci sono due moto Grand Prix una uguale all’altra: comunque lo stesso pilota troverà sempre differenze fra una moto e l’altra, anche della stessa marca e costruita e assemblata allo stesso modo.

Fatto sta che, alla fine, quel che conta sono i risultati: il tempo sul giro, il passo in corsa, le classifiche di gare e campionati. Oggi la polemica verte sui motivi della superiorità del binomio Marquez-Honda e del perché i suoi avversari (compresi i compagni di squadra di Marc) non riescono a batterlo, se non saltuariamente. Partiamo da dietro per dimostrare che da sempre c’è una questione piloti e c’è una questione mezzi. Il pilota più titolato del motociclismo, Giacomo Agostini, dal 1963 al 1977 ha disputato 190 gare iridate vincendo 15 titoli mondiali (8 nella 500 e 7 nella 350) in sella alle MV Agusta 3 e 4 cilindri, le moto all’epoca più competitive in assoluto. Nel 1968, 1969, 1970 Ago ha vinto tutte le gare iridate nelle classi 500 e 350. Ma nemmeno lui era imbattibile.

Quando nel 1964 ha avuto la moto “inferiore” (Morini 250 bialbero monocilindrica) ha conquistato solo due quarti posti (Solitude Germania e Monza Italia). Con le MV (specie nelle 500) ha spesso doppiato il secondo arrivato. Ciò detto, si può dire che Agostini non sia stato un fuoriclasse? Certamente almeno la metà di quei 15 titoli sono stati vinti (anche) per mancanza di concorrenza adeguata ma quando gli avversari ci sono stati su moto all’altezza (in periodi diversi Hailwood, Redman, Read, Pasolini, Saarinen ecc.) Agostini le ha “prese” ma le ha anche “date”, dimostrando sempre di essere comunque un fuoriclasse.

Altri tempi, si dirà. Certo, ma la sostanza non cambia. Oggi in MotoGP i regolamenti tecnici “appiattiscono” le moto per esigenze del motociclismo show-business e le differenze sono marginali, ma esistono e incidono. La questione delle questioni riguarda le gomme, o meglio, la monogomma dell’attuale fornitore. E qui si ripropone l’interrogativo se è nato prima l’uovo o prima la gallina. E’ la gomma che crea problemi alla moto e al pilota o viceversa? E’ la moto (telaio, erogazione di potenza, elettronica, assetto ecc.) ed è il pilota (con il suo modo di guidare, il suo stile, la sua tattica di gara ecc.) a incidere sulla gomma (grip, tenuta, durata ecc.) o è la gomma la causa di tutto? Il “problema gomme” ce l’hanno tutti e anche un “Cannibale” come Marquez, alla fine si “lamenta” della sua gomma. Figurarsi gli altri piloti, dietro! Anche Agostini, dopo aver doppiato il secondo arrivato, al box della MV Agusta si lamentava con Arturo Magni perché la sua moto in curva “faceva la biscia”. Ed era vero. Anche allora, in tutt’altra situazione, c’era il regime di monogomma (le famose gomme “a pera” Dunlop dure come pietre…), come oggi, quella monogomma causa non secondaria (o causa principale?) se non dei risultati finali, sicuramente del tipo di corsa cui assistiamo ogni volta. Sono le Case costruttrici a dovere adattare la loro moto alla gomma e sono i Team ogni volta a dover ricercare il migliore (non facile) feeling per permettere al pilota la migliore performance in un equilibrio sempre precario fra miglior tempo sul giro e tenuta al top per tutta la gara.

Con i se non si fa strada ma se ci fosse un gommista concorrente la MotoGP sarebbe diversa. Magari, oggi, il vincitore resterebbe sempre lo stesso Marquez, ma in una MotoGP certamente “diversa”. Nel primo dopoguerra, fino all’epopea di Agostini, gomme e telai non erano all’altezza dei motori, poi – migliorati di molto i telai, restavano e restano le gomme il punto debole. Quante corse-trenino e al rallentì abbiamo visto anche quest’anno, con i piloti obbligati a non dare tutto di se stessi e a non tirar fuori “tutto” dalla loro moto per timore di non arrivare alla fine? Allora? Allora è giunto il momento di porsi domande e magari di cambiare strada. O c’è un (grande) salto di qualità nei pneumatici davvero all’altezza delle moto (motori, telai, elettronica ecc.) permettendo ai piloti di non fare i “ragionieri” o si diminuiscono le potenze, magari con una drastica riduzione di cilindrata della MotoGP liberalizzando al contempo anche la “fantasia” dei progettisti.

E’ una questione né semplice né di facile soluzione. Ma il problema c’è. Tutto ciò detto, resta questa MotoGP dominata da Marquez, cioè dal pilota oggi più forte e completo in campo, il più capace a interpretare al massimo questa “classe regina”. Ci si può arrampicare sugli specchi adducendo responsabilità per le sconfitte alle proprie moto (in primis alla famosa mancanza di grip…) come fanno più o meno tutti i piloti costretti a subire la superiorità dell’asso catalano, ma resta il fatto che i piloti non sono tutti uguali e pesano sul risultato di gare e campionati. Il manico fa (ancora) la differenza. Per tutte le Case (addirittura anche per Honda…), pur in modo assai diverso fra loro, c’è una questione piloti. Forse la più difficile da affrontare e da risolvere.

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