MotoGP: "give me five!". Si va verso l’epopea di Marquez. Quale motociclismo nell’era del dopo Rossi?

A Motegi la MotoGP volta pagina. E' Marquez il volto "nuovo" del motociclismo mondiale


Il “cinque” che suggella a Motegi il trionfo in gara e in campionato di Marc Marquez è un saluto che chiude un’epoca aprendone un’altra.

E’ il cambio di testimone fra due fenomenali campioni di questo complesso affascinante, imprevedibile, costoso sport del rischio colmo di tecnologie, di soldi e di insidie, che avviene con i tratti omerici, non tragici come nel duello sotto le mura di Troia fra Achille ed Ettore ma ugualmente aspro e ricco di pathos, con uno sugli altari – Marc – e l’altro nella polvere – Valentino.

Il giocattolo si è rotto e da questo GP del Giappone, nella tana della Casa dall’ala dorata incapace nel 2016 di dare a Marc il mezzo adeguato, la classe regina ha un nuovo RE, anzi, un nuovo imperatore.

L’epoca che va in bacheca è quella dorata di Valentino Rossi. Vent’anni di un motociclismo diventato epopea grazie al primo vero campione fuori schema in pista e fuori, uno straordinario fuoriclasse dal carisma inimitabile capace di bucare lo schermo e di portare il motociclismo fuori dai confini angusti degli appassionati facendolo diventare per la prima volta sport di massa.

Non è vero che questo, pur con i suoi limiti e le sue degenerazioni, è negativo e comunque non è vero che il motociclismo di prima fosse migliore o che a quello de “I giorni del coraggio” si torna.

La rivoluzione tecnologica della comunicazione mondiale impone anche al motociclismo il cambio di passo, nuove regole, con corse, campionati, moto e piloti adeguati in un'ottica senza confini e fuori dal tempo.

E’ stato Rossi a collegare il motociclismo di Agostini da quello di Marquez. Ciò detto, la spinta propulsiva di Rossi termina a Motegi. Che non significa Rossi pilota finito o non più vincente. Significa che non è più Rossi la sintesi e il portabandiera unico, assoluto di questo sport.

Nel 2016 Rossi un errore l’ha commesso, e non piccolo: invece di rendersi protagonista in positivo del cambio di testimone, favorendo con “signorilità” il nuovo dall’alto dei suoi 9 titoli mondiali, si è messo di traverso, incaponendosi nel fantasma del “biscotto”, una trappola da cui non è più uscito, fino alla debacle odierna. Onore comunque a Rossi, giù il cappello.

Ma il futuro è già qui, con i cinque titoli iridati di Marquez a 23 anni, l’età della prima stagione mondiale di un certo Giacomo Agostini, le cui 15 corone mondiali potrebbero, con uno come Marquez, davvero essere a rischio. Poco male, anzi bene, di stimolo.

Su Marc non c’è niente da aggiungere, per lui parlano i fatti, un pilota da bomba H dal viso gentile di un ragazzo che gioca a 350 Kmh e che, col sorriso ingenuo di chi ti frega il barattolo di Nutella, collezioni titoli mondiali.

Chi si ricorda gli otto o nove vincitori diversi di questo mondiale 2016? Don Carmelo (Dorna) si illude e illude mentendo. Non sta lì, nel cambio del vincitore di turno, la formula vincente che fa battere il cuore di milioni di fan negli autodromi e davanti alla tv.

Non è vero che domani la MotoGP avrà lo stesso seguito di oggi perché Rossi, tolti la tuta e il casco, porta in pista i suoi eredi, i pilotini dell’Academy come fossero soldatini clonati. Come serviva prima l’alter ego di Rossi (mai voluto per non intaccare l’egemonia del pesarese), oggi già dal 2017 serve il contraltare di Marquez. Non sarà più Rossi e forse neppure Lorenzo e nemmeno Vinales se la Yamaha – a Motegi ko per proprie colpe – non darà disco verde al migliore in pista.

Serve tempo. I giganti non si inventano e quando questo accade troppo tardi ci si accorge dei loro piedi d’argilla. Il motociclismo entra in una nuova fase di passaggio e l’asticella è quella posta da Marquez, così in alto che solo a pensarci toglie il respiro.

  • shares
  • Mail