Jonathan Rea “iridato” di una SBK in cerca di identità

Jonathan Rea (Kawasaki) è il nuovo campione del mondo della Superbike 2015

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Il 28enne inglese Jonathan Rea è il nuovo campione del mondo della Sbk, titolo strameritato che premia il pilota più forte in sella alla moto più competitiva. A dirla tutta, Rea ha dominato la stagione 2015 perché è il “vero” super manico in campo, il più completo, nettamente superiore ai suoi avversari, a cominciare dal suo pur validissimo compagno di squadra Tom Sykes, andato subito in tilt, incapace di reggere l’urto del nuovo arrivato nel Team delle “verdone”.

Potenzialmente, solo Davide Giugliano, pilota d’assalto, aveva (e ha?) i numeri per contrastare l’inglese della Kawasaki, ma le note disavventure (leggi le troppe cadute e le pesanti conseguenze fisiche) hanno tarpato le ali al romano della Ducati, indubbiamente in crescita. Tutti gli altri, pur nelle loro diverse specificità fatte di alti e bassi, non sono stati all’altezza del binomio neo iridato, a cominciare dai piloti dell’Aprilia factory, Leon Haslam e Jordi Torres.

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Fatto sta che l’eco del mondiale vittorioso di Rea è stato, fuori dalla cerchia degli appassionati, alquanto modesto. La colpa è in primis dei media (anche quelli strettamente dell’area sportiva) in ben altre faccende affaccendati. Per questi fa più notizia un giro di Valentino Rossi nel suo ranch di Tavullia che un mondiale Sbk vinto da Rea.

Ma non ci si può limitare a scagliare le pietre sugli altri: perché questa Sbk (pur con le sue belle gare) non fa presa? La stagione 2015 è stata caratterizzata dai nuovi regolamenti, un tentativo di riportarla verso le origini, dando addio alle velleità del passato di diventare la classe regina del motociclismo.

Il limite di fondo è stato quello di rimanere in mezzo al guado, con una “rivoluzione” incompiuta (anche la riduzione dei costi è stato un bluff…), non solo sul piano tecnico dove non aiutano i bizantinismi regolamentari, ad esempio la ricerca del bilanciamento fra i bicilindrici e i quattro cilindri ecc.

Poi c’è il discorso piloti. Il rientro (voluto) pro tempore di Max Biaggi – grande inossidabile campione e uomo immagine - ha portato un po’ di ossigeno, con un buon tam tam mediatico. Ma se si batte solamente la strada del rientro dei “vecchi leoni” o dei “vecchi” della MotoGP da “pensionare” in Sbk, non si va lontano. Le “star” importate (vedi Melandri…) non aiutano la crescita stabile del campionato delle derivate di serie, cui servono radici solide, regolamenti certi per differenziarla profondamente dai prototipi della MotoGP e una strategia piloti “giovanissimi leoni” (attorno ai 18 anni), nati e formati nelle derivate di serie con la mentalità di non considerare queste corse come la serie B del motociclismo.

Il boom dei grandi piloti americani (Roberts, Lawson, Spencer, Mamola ecc) nel motomondiale degli anni ’80 arrivò perché quegli stessi piloti erano già – giovanissimi - grandi campioni (e anche grandi star) nelle corse delle derivate di serie oltreoceano. Roberts sbarcò in Europa correndo su un circuito mai visto (Imola) e sul bagnato (condizione inedita): fu preso sottogamba ma trionfò subito nelle 250 e 500 sbaragliando tutti.

Cosa vogliamo dire? Che serve una strategia di lungo respiro: non si può vivere alla giornata e le rivoluzioni non si fanno a metà, si deve tirare diritto. Solo così la Sbk e la MotoGP, nella loro autonomia, possono anche diventare complementari. Ad esempio con il passaggio di (veri) campioni Sbk in MotoGP, non viceversa. Avremo modo e tempo di ritornarci sopra.

L’ultima considerazione riguarda il ruolo delle Case ufficiali. Nel 2016 anche Aprilia – tutta protesa nell’avventura MotoGP – affiderà le sue moto a un Team esterno. Non è un disarmo, né tanto meno l’addio alla Sbk. Riteniamo che questa sia una strada giusta per tutte le Case, affidando a qualificati Team esterni le proprie moto. In questo caso il nome della Marca avrà meno “appeal” sul pubblico (sui media) e conterà di più il pilota. Un motivo in più per dimostrare la validità di quanto scritto sopra.

Nel motociclismo è già successo: quando fino al 1957 erano le grandi Case italiane a dominare, la gente tifava Guzzi, o Gilera o MV Agusta, o Mondial, Benelli ecc. dando minor peso ai piloti. Poi, con la ritirata di queste Case, furono i piloti a fare quasi esclusivamente la parte del leone. Non succede così, ad esempio, da sempre per la Ferrari in Formula 1?

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