Sic, sei con noi! Rossi: "Quel Patacca del Sic"

Due anni fa moriva tragicamente sulla pista di Sepang. Marco Simoncelli è ancor'oggi tra noi, come sempre.

Marco

Dire che Marco Simoncelli manca a tutti può essere banale ma è la semplice verità per il vuoto incolmabile lasciato da un caro ragazzo e da un grande campione. Sono due anni che Sic se ne è andato in quel maledetto pomeriggio uggioso di Sepang, quasi beffandoci, tutti increduli per quella rovinosa caduta in diretta che non poteva lasciare spazio a nessuna illusione, travolgendo appassionati e non nel buio della tragedia anticipatore della più cupa disperazione.

Oggi la morte in diretta passa come normalità ma è tuttavia esposta spesso alla dissacrazione e alla banalizzazione tale che la spettacolarizzazione trasmessa dalle nuove tecnologie dei mass media appare cosa veniale seppure corrosiva. C’è uno strano comportamento di fronte alla morte della gente comune. La dissacra, esponendola addirittura allo scempio per esorcizzarla e dall’altra la nasconde nell’indifferenza rendendola insignificante.

Non è così, da sempre, per gli “eletti”, basti pensare al duello omerico fra Achille ed Ettore, con gli onori imperituri tributati all’eroe troiano per una morte che lo rende vivo nei secoli dei secoli. Ecco perché Marco Simoncelli resta vivo, ovunque e dentro ognuno di noi, appassionati di corse e non. Non è facile ancora oggi andare oltre la fortissima commozione e il dolore immenso per la perdita di un ragazzo straordinario e di un campione di razza quale è stato Marco Simoncelli. Una caduta in gara come altre, quel giorno a Sepang ha avuto un tragico epilogo.

La dinamica dell’incidente fu subito chiara, specie osservando la sequenza di immagini dal “davanti”. Restano aperte ancora le due ipotesi del dramma: se dopo la caduta il rientro al centro e poi alla destra della pista della moto e del pilota è stata la conseguenza di una spinta impressa dall’elettronica (in pratica dando di nuovo gas e quindi dando trazione alla ruota posteriore che a sua volta ha spinto la moto all’interno dell’asfalto) o la conseguenza del fatto che Marco ha tenuto il gas “aperto” con la moto a terra fin quando è stato investito dagli altri due.

Solo fatalità? Per alcuni sotto accusa sono le attuali tecnologie delle moto. Per altri, l’imputato è solo il motociclismo, la colpa è delle corse. L’incidente mortale di Sepang è l’ultimo di una lunghissima serie di tragedie del motociclismo. L’elenco, purtroppo, è molto lungo e dopo ogni incidente mortale sempre sono esplose feroci polemiche riproponendo gli stessi interrogativi sulla sicurezza e sui rischi delle corse.

A Sepang, lo ribadiamo, è stata una tragica fatalità a innescare la carambola che ha tolto la vita a Marco: attribuire la colpa a qualcuno – come ancora oggi qualcuno fa - è assurdo. Negli ultimi anni è stato fatto molto per la sicurezza delle corse. Si può fare ancora di più? Si può fare meglio? Sì. Ma solo se si va alla radice dei problemi interrogandosi sull’identità del motomondiale, in primis della MotoGP: il riferimento alle potenze dei motori, alla cilindrata, all’elettronica, alle gomme è importante ma è solo un aspetto delle corse attuali, basate sostanzialmente sul business, a cui tutto viene sacrificato.

Non c’è una esasperazione tecnica e tecnologica oramai fuori controllo dettata da discutibili esigenze di marketing e di business? Non ci sono tutt’ora regolamenti raffazzonati che minano la sicurezza come domenica scorsa a Phillip Island con il cambio di moto per il ko delle gomme?

Ci ripetiamo. Sul piano della sicurezza si è lavorato molto sui circuiti e per le moto è prevalsa la convinzione che l’elettronica potesse aiutare i piloti nel gestire controllo di trazione, potenze e coppie dei motori. Per decenni le cause degli incidenti più gravi avvenivano per grippaggio del motore, blocco del cambio o dei freni. Oggi quei problemi sono stati risolti ma altri sono spuntati, legati soprattutto alle potenze dei motori e alle evoluzioni delle gomme. L’evoluzione dei mezzi è stata formidabile, con il pilota costretto ad adeguarsi.

Forse c’è un punto in cui l’esasperazione tecnologica porta, quanto meno per la sicurezza, più danni che benefici. Ciò detto, va però ribadito che nel motociclismo da competizione il rischio non è eliminabile ed è anzi una sua componente imprescindibile, uno degli ingredienti del suo fascino. E’ sempre stato così, fin dalle prime corse degli inizi del secolo scorso. Il motociclismo è anche questo, ardimento, portatore di grande spettacolo che, purtroppo, presenta sempre il conto più salato. Eliminare completamente i pericoli delle corse è impossibile perché c’è l’imponderabile.

L’impegno per migliorare la sicurezza deve essere permanente e totale da parte di tutti. Le corse non sono una corrida, i piloti non sono gladiatori, i mezzi non sono strumenti offensivi. Ma occorre equilibrio: la ricerca della massima sicurezza possibile non può portare allo snaturamento delle competizioni motoristiche, che erano, sono e resteranno “rischiose”. E comunque va messa al bando ogni forma di ipocrisia e di strumentalizzazione. Perché – come più volte scritto prendendo le parole di Enzo Ferrari: “O si smette di piangere o si smette di correre”.

L’incidente e il sacrificio di Simoncelli, sul piano della sicurezza è servito a ben poco. Serve mantenere vivo il ricordo del Sic, di quel sorriso portatore di un messaggio positivo, specie per i giovani d’oggi: credere nella propria passione, viverla fino in fondo, conquistarsi in un attimo l’eternità.

Oggi è la giornata del ricordo e due grandi amici di Marco, Valentino Rossi e Mattia Pasini hanno voluto ricordarlo a modo loro:

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