Casco in moto, i numeri non lasciano dubbi: può salvare la vita
Andare in moto significa accettare una quota di rischio. Ma questo non significa dover rinunciare alle protezioni che possono limitarne le conseguenze. Sul casco da moto, in particolare, i dati disponibili sono difficili da ignorare: secondo le ricerche raccolte dalla National Highway Traffic Safety Administration statunitense, i caschi riducono le vittime tra i motociclisti di circa il 22-42% e le lesioni cerebrali del 41-69%.
Numeri che aiutano a riportare la questione sul piano concreto. Un casco non può rendere innocuo un incidente e non garantisce che chi lo indossa esca sempre senza conseguenze. Serve però ad aumentare la protezione di una delle parti più vulnerabili del corpo: testa e cervello.
E c’è un altro aspetto spesso sottovalutato. Non è necessario cadere a velocità autostradale perché la testa possa subire un impatto serio. Anche una banale perdita di equilibrio o un incidente a velocità relativamente contenuta possono avere conseguenze importanti.
Casco da moto: fino al 69% di rischio in meno per lesioni cerebrali
Il punto di partenza è capire cosa deve fare realmente un casco. Quando la testa colpisce una superficie, il problema non è soltanto evitare abrasioni o fratture esterne. Il casco deve contribuire ad assorbire e distribuire l’energia generata dall’impatto, riducendo quella trasmessa alla testa.
Le evidenze raccolte dalle autorità sanitarie e di sicurezza stradale sono consistenti. La NHTSA indica un intervallo di riduzione delle lesioni cerebrali compreso tra il 41 e il 69%, mentre una precedente analisi dell’agenzia stimava un’efficacia del 67% nella prevenzione delle lesioni al cervello.
Anche il CDC statunitense sottolinea che i caschi riducono in maniera significativa il rischio di morte e di gravi lesioni alla testa, compreso il trauma cranico.
Questo non significa che esista un casco capace di eliminare completamente il rischio. Un impatto può avere un’energia tale da superare la capacità protettiva dell’equipaggiamento. La differenza è che senza quella protezione una quota maggiore dell’energia può raggiungere direttamente la testa. Ed è qui che entra in gioco anche la velocità.
Non serve cadere a 150 km/h per farsi male
Quando si pensa a un grave incidente motociclistico vengono subito in mente autostrada, velocità elevate e collisioni spettacolari. Ma un trauma alla testa non richiede necessariamente uno scenario del genere.
Una caduta può avvenire durante una manovra, in città o su un tratto percorso lentamente. Il problema è cosa succede nel momento in cui la testa impatta contro asfalto, marciapiede, automobile o qualsiasi altro ostacolo.
Anche accelerazioni e decelerazioni improvvise possono contribuire alle lesioni cerebrali. Per questo il CDC raccomanda esplicitamente l’uso di un casco appropriato quando si utilizza una motocicletta, oltre che per biciclette, scooter e altre attività che espongono al rischio di impatti alla testa.
La questione diventa ancora più importante considerando che sopravvivere a un incidente non significa necessariamente tornare alla vita precedente senza conseguenze.
Un trauma cerebrale serio può richiedere ricovero, terapia intensiva e riabilitazione. Studi sui motociclisti coinvolti in incidenti hanno associato il mancato utilizzo del casco a una maggiore probabilità di ricovero e di lesioni importanti.
Il tema, quindi, non riguarda soltanto la probabilità di morire in un incidente, ma anche come si può sopravvivere.
Cosa succede dove l’obbligo del casco viene eliminato
Negli Stati Uniti il casco è da tempo anche un tema politico, perché le regole cambiano da Stato a Stato e il dibattito ruota spesso attorno al rapporto tra sicurezza e libertà individuale.
Qui i dati permettono di osservare cosa succede quando le norme diventano meno restrittive.
Una revisione sistematica di 60 studi statunitensi ha rilevato che l’introduzione di leggi universali sul casco ha aumentato il suo utilizzo e ridotto morti e feriti. Al contrario, l’abrogazione di queste norme è stata associata a un calo nell’uso del casco e a un incremento di decessi e lesioni.
Il CDC riporta anche il caso della Florida. Dopo il passaggio nel 2000 da una legge universale a requisiti più limitati, nei due anni successivi il tasso di mortalità dei motociclisti per 10.000 moto registrate aumentò del 21% e crebbero anche i ricoveri per lesioni a testa, cervello e cranio.
Sono confronti che vanno letti nel loro contesto, perché incidentalità e mortalità dipendono da numerosi fattori. Ma il quadro complessivo degli studi continua a indicare una relazione molto chiara tra maggiore utilizzo del casco e riduzione delle conseguenze degli incidenti.
Il casco non rende sicura la moto, ma riduce il rischio
È probabilmente questa la distinzione più importante. Indossare un casco non rende sicuro andare in moto. Non sostituisce prudenza, esperienza, pneumatici in buone condizioni, ABS o abbigliamento protettivo. E non autorizza certamente a guidare più velocemente perché ci si sente maggiormente protetti. È semplicemente un ulteriore livello di difesa quando qualcosa va storto.
Il principio è lo stesso applicato ormai a molte tecnologie motociclistiche. ABS in curva, controllo di trazione, airbag e sistemi elettronici vengono sviluppati perché ridurre anche soltanto una parte del rischio può cambiare l’esito di un incidente. Con il casco il beneficio è documentato da decenni.
La NHTSA stima, per esempio, un’efficacia del 37% nella prevenzione delle lesioni mortali per il conducente e del 41% per il passeggero.
E c’è un aspetto pratico altrettanto importante: il casco deve essere adeguato, correttamente indossato e conforme agli standard previsti. Una protezione utilizzata male può non offrire le prestazioni per cui è stata progettata.
Proteggere la testa per continuare ad andare in moto
Per un motociclista il punto non dovrebbe essere eliminare ogni rischio. Se fosse questo l’obiettivo, probabilmente la soluzione sarebbe non salire mai su una moto. Il punto è evitare quelli che possono essere ridotti senza togliere il piacere della guida.
Indossare un casco da moto comporta inevitabilmente qualche compromesso: peso, caldo, rumore, costo e la necessità di portarselo dietro una volta parcheggiata la moto. Dall’altra parte c’è una protezione che le evidenze associano a una riduzione significativa di morti e lesioni cerebrali.
Per questo la discussione non dovrebbe fermarsi alla possibilità di sopravvivere a un incidente. Conta anche la probabilità di limitarne le conseguenze e tornare, un giorno, a guidare.
La moto resterà sempre un mezzo nel quale il corpo è molto più esposto rispetto a un’automobile. Proprio per questo, casco e abbigliamento protettivo non cancellano il rischio: servono a gestirlo.
E quando l’oggetto da proteggere è il cervello, anche una riduzione parziale del rischio può valere molto più del piccolo fastidio di allacciare un cinturino prima di partire.