MotoGP, Marquez non perdona: trionfo super nella “tana del lupo”

Magico Marquez. Quartararo, un futuro che è già oggi. Dove-Ducati, addio mondiale

Le immagini nel parco chiuso di un Marc Marquez non raggiante ma “atomico” nella sua incontenibile esplosione di felicità dopo il trionfo stellare in MotoGP a Misano valgono più della stessa straordinaria vittoria, persino della decisiva staccata magistrale alla Quercia a danno del rookie-magic Quartararo, resteranno ben impresse a lungo nelle mente di tutti gli appassionati, segnando una pagina storica del grande motociclismo. Già. Perché, come mai prima, Marquez, pur tante volte davanti a tutti sul traguardo, si era lasciato andare a manifestazioni di così rabbiosa contentezza, addirittura gridando e brandendo i pugni come atto liberatorio per una sfida vinta di manico e di testa, nella “tana del lupo”.

Sì, una corsa vinta all’ultimo giro. Ma con la consapevolezza, per Marquez, di avere sempre un “po’ di burro”, tenendo sempre Quartararo nel suo mirino e di aver pronto il colpo in canna, sparandolo nel momento decisivo. Sì, un modo di gestire la corsa da par suo come altre volte, a suon di giri record, ma, finita la cavalcata travolgente, un modo di fare inusuale, fremente per la dura battaglia sostenuta per tutta la corsa con la lepre Quartararo, gran talento grande determinazione, mai domo e deciso a portare a regalare alla Yamaha il “colpaccio” della riscossa, senza nascondere le emozioni, gettando la maschera imposte dalle regole del marketing e anche del bon ton. Così, mentre in pista non si è accontentato di fare secondo, fuori a corsa finita, nel modo più naturale, Marquez ha tirato fuori tutta la propria genuinità, magari infastidendo anche i propri addetti di una comunicazione anche troppo paludata e finta e di certo rendendo per gli altri ancora più amaro il calice della sconfitta, soprattutto per chi pensa ancora di poterlo condizionare psicologicamente con le “mosse” del tempo che fu. Questa generosità gridata da Marquez è l’espressione a caldo di quel che lui covava dentro, una “liberazione” per aver di fatto chiuso la partita del Mondiale sul circuito dove nel 2018 la Rossa aveva fatto cappotto con Dovizioso primo e Lorenzo secondo relegando il catalano sul terzo gradino del podio e, soprattutto, per non aver avuto neppure stavolta, fra gli avversari per il podio, quel Valentino Rossi, relegato a 12 secondi e 6, ultimo dei piloti “stranieri” della Casa dei Tre diapason, davanti al solo amico Morbidelli.

Rossi non è un corridore finito, c’è nelle sue rimonte che però non debbono trarre in inganno, perché fatte a danno di avversari più “lenti”, anche se con giri di tutto rispetto. Quel che manca è la “zampata vincente”, quel guizzo che forse resterà solo un bel ricordo. La battaglia del Doc è oramai quella per chi arriva primo fra quelli fuori dal podio. Il resto è fuffa mediatica. In ottica mondiale, Marquez ringrazia anche i piloti della M1 (a proposito, ma non erano finite queste Yamaha con il 4 cilindri in linea da mettere nel museo?), messi sì tutti dietro il codone della sua Honda, ma tutte in fila indiana – 2°, 3°,4°,5° posto – davanti all’avversario diretto in classifica, il Dovi, oggi inchiodato nel grigio di un meno che inutile sesto posto, per non parlare del mezzo minuto e più incassato dal decimo sperduto Petrucci. Qui siamo, a sette round dalla fine di un mondiale dominato dal binomio Marquez-Honda che adesso guida le danze a quota 275 punti, 93 punti di vantaggio sul secondo Dovizioso (182), 123 punti di vantaggio su Petrucci (151) che già sente l’ombra di Rins (149 punti) e di Vinales (134) con Rossi (129) che a sua volta ha oramai sul collo Quartararo (112). Che dire ancora? Niente, per adesso.

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