8 Ore di Suzuka da “dimenticare”?

A freddo, l’analisi sulla 8 Ore di Suzuka non induce all’ottimismo, anzi solleva sulla gara giapponese interrogativi e anche polemiche sia per quanto accaduto nel finale a dir poco rocambolesco, sia sulla “qualità” dell’organizzazione, sia sul valore tecnico e agonistico di una manifestazione da 41 anni fiore all’occhiello del motociclismo del Sol Levante.

Basta scorrere l’albo d’oro dalla prima edizione del 1978 con il trionfo del binomio americano Cooley-Baldwin sulla Suzuki GS1000 del Team Yoshimura per capire quanto oggi la corsa abbia subìto una continua evoluzione fino a snaturarne lo spirito e l’identità iniziale. Cos’è oggi questa “8 Ore”? Una “normale” corsa di Endurance o, all’opposto, un “incrocio” ibrido con un po’ di MotoGP e un po’ di Sbk?

Le emozioni, in una corsa e una manifestazione-show di questo tipo, non mancano certo ma se si punta di più sul “contorno” che sulla qualità delle moto e dei piloti in pista il rischio è quello di farne un grande Luna park, usando il motociclismo ad esclusivo uso e consumo dello show-business. Non che anche in questa edizione mancasse l’intervento delle grandi Case (Made in Japan) e di piloti di rango (Rea su tutti) ma i tempi d’oro dove Honda per prima e anche le altre Case si presentavano con moto davvero “super” e con piloti adeguati a quelle moto nonché al top del motociclismo (anche MotoGP) mondiale pare siano irrimediabilmente passati. Ripetiamo: resta un grande appuntamento e un grande evento del motociclismo internazionale.

Ma, vista la “qualità” dei partecipanti e – altro segnale di allarme – visto il rocambolesco finale della corsa (olio in pista, bandiere rosse non esposte, caduta del fuggitivo Rea ecc.) e della post corsa (reclami, ricorsi, classifica ribaltata ecc.) forse c’è un allentamento di tensione complessiva non solo organizzativo ma strategico. In altre parole, a cominciare da Honda, la 8 Ore di Suzuka non pare più rappresentare il clou del settore racing cui tutto si poteva sacrificare, anche un mondiale MotoGP. Motoblog ha già raccontato la corsa e tutto quello che è accaduto con la vittoria (meritata pur se avvenuta … a tavolino con il ribaltone dopo il ricorso Kawa accettato dalla direzione corsa) di Rea (il miglior pilota presente e il più veloce in pista anche se resta il dubbio sui motivi della sua caduta finale: tradito dall’olio sparso in pista della Suzuki SERT di Masson o da un suo eccesso di zelo con le slick su pista umida?) con la Kawasaki (tornata al successo dopo 26 anni!), quindi non ci ritorniamo.

Certo che l’annuncio ufficiale del (nuovo) vincitore dato dall’organizzazione 24 ore dopo la fine della corsa è stato la ciliegina bacata sulla torta andata a male, la dimostrazione della superficialità, della confusione, dei condizionamenti “politici” nel box e fuori, di una FIM “in barca”, come peraltro già dimostrato in altre occasioni anche nel Motomondiale e nel WSBK.

Insomma, una 8 Ore che resta negli albi d’oro all’insegna del tridente (Rea super e decisivo- Haslam fisicamente non ok e Razgatlioglu così così) della Kawasaki dopo che la vittoria era già stata attribuita alla Yamaha. Adesso, una volta calmate le acque, si tratta di capire come tutto questo “casino” sarà interpretato dalle Case giapponesi, Honda per prima. Se cioè la 8 Ore tornerà a volare in alto e splendente o si ridurrà a una “semplice” tappa di un campionato di “nicchia”.

Se quella vista in questa 8 Ore è l’aria che tira siamo all’epilogo di una corsa da incorniciare per quanto ha dato in passato e consegnarla alla storia. Tutte le favole, d’altronde, iniziano con: “C’era una volta…”. La speranza è l’ultima a morire. Vale anche per la 8 Ore di Suzuka.

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