MotoGP fra F1 e ciclismo. Quale “rivoluzione”?

MotoGP dominata da un solo pilota? Evidentemente, i regolamenti tecnici pensati e imposti per rendere le corse più combattute e avvincenti non sono bastati

Fra meno di una settimana termina la pausa estiva del Motomondiale e con la gara di Brno la MotoGP giunge al giro di boa con Marc Marquez fin qui dominatore, l’uomo da battere. Se il “cannibale” spagnolo della Honda proseguirà indisturbato nella sua marcia trionfale il campionato perderà l’interesse mediatico e degli appassionati sui circuiti e davanti alla tv. Evidentemente, i regolamenti tecnici pensati e imposti per rendere le corse più combattute e avvincenti non sono bastati. O si rimette mano ai regolamenti o si modifica la filosofia su cui da anni si basa il Motomondiale che vede nella lotta per la vittoria l’unico motivo di interesse delle corse mettendo in secondo piano tutti gli altri aspetti: da quelli tecnici con filosofie costruttive sostanzialmente parificate (di fatto l’unica differenza sta fra il 4 tempi 4 cilindri a V o il 4 tempi 4 cilindri in linea) a quelli relativi all’identità della Marca di moto in secondo piano – ad esempio – rispetto al nome e al marchio dello Sponsor ecc. Sono solo cenni di una questione complessa e tutt’ora aperta, peraltro temi che riguardano anche altri sport motoristici – in primis la Formula uno automobilistica – e altri sport delle due ruote, come il grande ciclismo.

Il Motomondiale (MotoGP) e la Formula 1 hanno punti in comune quali ad esempio il peso e il ruolo della tecnologia ma anche diversità significative rispetto a come tale tecnologia viene ideata, realizzata, gestita e in funzione di quali obiettivi, non sempre funzionali alla tecnica e men che meno alla produzione di serie. Negli ultimi anni nelle corse c’è stata una evoluzione tecnologica – meglio dire una esasperazione tecnologica – che ha modificato il rapporto fra uomo e macchina, fra il ruolo e il peso del pilota in MotoGp e in Formula1. Nel motociclismo, pur con l’avvento pesante dell’elettronica con la centralina unica, delle alette aerodinamiche, del monogomma ecc. è ancora il pilota a fare la differenza in un rapporto ipotetico e ad elastico dove il risultato lo fa per il 60% il pilota e per il 40% il mezzo. Una percentuale almeno ribaltata in F1. In MotoGP c’è gran movimento sul fronte dei regolamenti tecnici, specie riguardo l’aerodinamica (alette, cucchiai, forchette ecc.) con la FIM che annuncia una “svolta” regolamentare per eliminare le attuali “zone grige” e chiudere – si fa per dire – le polemiche. La F1, come abbiamo scritto di recente, è impegnata per un cambio importante dei regolamenti tecnici, una vera e propria rivoluzione che dal 2021 dovrebbe rivoltare come un calzino il mondiale di velocità delle quattro ruote. In sintesi, si punta a ridurre le spese (specie per l’aerodinamica) e a standarizzare alcune componenti (cerchi ruota, freni, radiatori ecc.) con il fine – assai discusso e discutibile – di rendere la F1 più partecipata, più combattuta, più appetibile.

E il ciclismo che c’entra? Sempre di “due ruote” trattasi, pur senza motore, ma anche qui con regolamenti che incidono (tecnologie su materiali delle bici, aerodinamica ecc.) sul piano tecnico e su quello agonistico. C’è, in sostanza, pur nella diversità delle tre discipline, un filo comune fra F1, MotoGP, ciclismo con travasi reciproci di esperienze. Un esempio? Oggi 28 luglio a Parigi termina il Tour de France (fra parentesi ha un audience televisiva Rai di oltre un 1.200.000 telespettatori a tappa). Chi non ricorda la 17esima tappa di un anno fa con i corridori schierati alla partenza in una griglia stabilità in base alla classifica generale, con la maglia gialla in pole position? E’ la dimostrazione che il grande sport, in un’epoca caratterizzata dall’immagine e dalla rivoluzione tecnologica della comunicazione, cerca sempre nuove strade stimolanti in funzione dello show-business. Indietro non si torna, si tratta di vedere come andare avanti, in meglio, non snaturando né mortificando cultura e valori tecnico-agonistici ineliminabili nello sport, in particolare in quelli motoristici. Nello sport le sinergie sono utili, specie fra discipline “cugine” come può essere fra MotoGP e F1 ma anche fra motociclismo e ciclismo che un anno fa, appunto, nella frazione pirenaica ha inscenato uno start … motoristico. Nel ciclismo, per tener vivo e moltiplicare l’interesse, anima del business, al Tour (e non solo lì), la lotta non riguarda solo la vittoria di tappa e la classifica generale (per la ben più ambita vittoria finale) ma è più articolata stimolando i corridori a battersi anche per conquistare traguardi intermedi (ad esempio i traguardi volanti) e indossare “maglie” di diverso colore (oltre a quella “gialla” della leadership generale): quella “a pois” per il leader della classifica scalatori (gran premi della montagna), quella “rossa” per il corridore più “combattivo”, quella “bianca” per il “rookie” ecc. Ciò stimola e mette pepe a tutti i partecipanti, comporta gran movimento, sempre e ovunque, grande interesse mediatico e di pubblico, soddisfazioni e onori (e soldi) per tutti.

Nel motociclismo, di fatto, i “giochi” riguardano la vittoria di gara (al massimo il podio) e il titolo iridato finale. Non di rado domina un unico pilota, una unica moto. In Sbk, ad esempio, per si usano i regolamenti in termini “restrittivi” e “punitivi”, imponendo la riduzione dei giri e la… zavorra alle moto più veloci e invertendo la classifica con i primi di Gara 1 del sabato retrocessi d’ufficio nella griglia di Gara 2 della domenica. Un bluff. Perché, pur nella stessa logica di ravvivare lo show, non capovolgere il concetto “premiando” e non “mortificando” i più attivi e veloci? Come? Anche nel Motomondiale (specie in Moto3 ma anche in MotoGP) i regolamenti spingono verso un “appiattimento” tecnico producendo tempi sul giro molto ravvicinati, gare sempre più combattute con molti piloti a giocarsi vittoria, podio e posizioni nella top five, top ten ecc. Al contempo ciò produce – anche per problemi di usura gomme – livellamenti e tatticismi di vario tipo, usando le scie (non solo in qualifica) o – per i più veloci – giocando a gatto col topo, dando “tutto” solo nel rush finale. Perché, ad esempio, non “premiare” i… “garibaldini”, i “corsari”, i “guerrieri”, il pilota che passa in testa ogni giro, quello che fa il giro veloce in gara, chi recupera più posizioni, il più combattivo ecc.? Sia con un punteggio che potrebbe (anche) incidere nella classifica generale (ad esempio: mezzo punto al pilota che passa primo ad ogni giro) e che potrebbe anche formare una classifica a parte, autonoma, incoronando a fine stagione – oltre al campione del Mondo – anche il campione della combattività, dei giri veloci, delle qualifiche ecc., come avviene per il leader degli scalatori al Tour e così via? Insomma, una spinta vitaminica, con lo show collegato a chi è più veloce e che più rischia non a chi è più… formica. La discussione è aperta.

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