MotoGP e SBK, due classi per lo "stesso" motociclismo show-business

La stagione 2017 sta per iniziare con il mondiale delle derivate dalla serie. Cosa accomuna e divide il mondiale prototipi con quello riservato alle derivate dalla serie?

Come recita l'antico adagio: "fra suocera e nuora non mettere il dito" così, forzando il concetto, fra MotoGP e SBK non fare paragoni. E invece no, le due categorie simbolo delle corse di velocità impongono di essere messe nella bilancia, specie in questa attesissima stagione 2017. Qui si vuole solo aprire una riflessione sul dato apparentemente quantitativo ma significativo anche sul piano della qualità tecnico-agonistica dei due campionati mondiali. In altre parole, al di là delle tante differenze fra MotoGP e SBK, si tratta di rispondere a una domanda: è più combattivo (quindi più appetibile per il grande pubblico, conseguentemente per le aziende sponsor ecc.) il campionato della classe regina prototipi o quello delle derivate di serie?

Entrambi hanno da sempre una identità (non solo tecnica) che li caratterizza coprendo esigenze diverse e lanciando messaggi differenti (e complementari?) e anche – perché no – pubblici (chi segue le corse davanti alla tv o negli autodromi) e clienti (chi acquista le moto) differenti. Entrambe le categorie hanno subito negli ultimi tempi evoluzioni notevoli, non solo tecniche, soprattutto per rispondere alle esigenze del motociclismo show-business, incentrato sulle gare-corrida, sul motociclismo-gossip, sul campione-star trascurando (erroneamente) l'appeal tecnico, considerata questione fra pochi "fissati". Per alcuni si tratta di un "salto di qualità" per stare al passo coi tempi, per altri semplicemente di uno snaturamento che porta solo danni. Veniamo al 2017.

Nella premier class sono impegnate ufficialmente, con grande sforzo tecnico ed economico, sei Case: Honda, Yamaha, Suzuki, Ducati, Aprilia, KTM e altrettante (sei) sono quelle impegnate, non tutte con il medesimo peso, nel campionato "cugino": Kawasaki, Ducati, Aprilia, Yamaha, Honda, BMW. Viste così, le corse dimostrano uno stato di salute buono – se non proprio eccellente – con quasi tutte le grandi Case costruttrici mondiali in campo a dimostrazione dell'utilità dei due campionati nella logica di marketing a supporto dell'immagine (il brand) e in quella tecnica: "Le corse migliorano la razza". Ridotto all'osso, si può dire che i due campionati, al di là delle tante differenze, hanno un punto comune: sono pochi – se non proprio sempre gli stessi – i piloti e le Case davvero capaci di vincere il titolo iridato. La Dorna ha fatto e fa di tutto – specie giocando sui regolamenti – per livellare le prestazioni tecniche cercando in tal modo di mettere pepe a gare e campionati. Di fatto, però, la sostanza non cambia.

Chi parte favorito anche nel 2017? In MotoGP il titolo se lo giocano Marquez (favorito), Rossi, Vinales quindi sostanzialmente una questione fra tre piloti e fra due Case, le solite Honda e Yamaha. E gli altri? Lorenzo, Dovizioso, Iannone, Pedrosa ecc.? Outsider di gran lusso capaci di animare (e anche di vincere) singole gare ma difficilmente in grado, alla fine, di conquistare la corona iridata. Idem in SBK: il titolo se lo giocano Rea (favorito), Sykes, Davies, Melandri quindi quattro piloti e due Case Kawasaki e Ducati con gli altri non certo a fare le belle statuine (anzi! Pronti a dare battaglia) ma difficilmente in grado di raggiungere l'agognata meta del titolo.

Niente di nuovo, quindi? Anche in passato, più o meno, è sempre stato così. Si può tradurre in un modo: alla fine il campionato si gioca fra i pochi piloti e le poche moto "superiori", vince il pilota "migliore" (anche il più... regolare) in sella alla moto migliore (la più... "equilibrata"). E tutti gli altri, il gruppone, gli ultimi... vagoni del treno? Danno sapore alla corsa, a quella corsa che oggi – erroneamente – viene fatta vivere (specie in tv) quasi esclusivamente per la lotta di testa, a volte mettendo sotto i riflettori una "star" costruita ad uso e consumo del "giocattolo", per dargli più valore. Davanti è sempre grande spettacolo, ma anche dietro. Altrimenti ai tempi di Agostini nessuno avrebbe seguito le corse.

Cosa si vuol dire? Che serve una diversa "cultura" della narrazione delle corse, un maggiore equilibrio fra l'esigenza di esaltare (ed esaltarsi) il pubblico per la "star" di turno e quella di valorizzare al contempo anche gli avversari di quella star (pro tempore), fino all'ultimo pilota in pista. Il motociclismo – MotoGP e SBK sono in questo la stessa cosa – vive perché in pista c'è la lotta per il primo posto e anche la battaglia per non finire... ultimi. Anche l'ultimo (rischia) parte per... vincere, altrimenti non prenderebbe il via. Già. Nel motociclismo de: "I giorni del coraggio" il veloce e coriaceo campione pesarese Paolo Campanelli (tutt'ora arzillo a ridosso dei 90 anni), di solito lontano dalla lotta dei primi, si rivolgeva alla star Giacomo Agostini: "Chi saresti tu se non ci fossi io?". Serve il tempo di chi arriva dietro per capire il valore di un giro veloce del vincitore. Già, quella di Campanelli resta una grande lezione di verità, attualissima. Una lezione di umiltà che riporta il motociclismo alla sua essenza.

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