MotoGP, quando le tecnologie sono dannose. La comunicazione via radio pilota-box: “pro” e “contro”

Le tecnologie sono il "pane" del motociclismo ma a volte fanno più male che bene

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Il motociclismo è sport complesso, da sempre in evoluzione principalmente rispetto al mezzo meccanico ma anche ai circuiti, al pilota stesso, all’organizzazione delle gare, dei Team, alla comunicazione, allo sponsoring ecc. Ciò è avvenuto e avviene per adeguare il motociclismo stesso ai mutamenti dello sport e della società, in particolare per accrescere le prestazioni, lo spettacolo, la sicurezza anche se non sempre lo sviluppo ha prodotto e produce i risultati desiderati. Un esempio, per lo più negativo, viene dalla Formula 1, il massimo campionato dell’automobilismo che negli ultimi anni ha perso appeal proprio per l’invadenza delle tecnologie dove il pilota conta sempre meno, dove la competizione vera conta sempre meno, dove l’attenzione è data non dalla lotta in pista ma da vicende extra quali il pit stop, la safety car ecc.

Dove elettronica e aerodinamica esasperate stanno riducendo i Gran Premi alla guisa di soporiferi video giochi. Non solo, anche la ricerca della sicurezza “totale” porta a limitazioni che snaturano il concetto stesso delle corse motoristiche (il rischio è parte ineliminabile) limitando o annullando di fatto le gare su pista bagnata, investigando e penalizzando in modo eccessivo o assurdo chi fa manovre da … pilota, “guidando” gli stessi piloti come semplici robot con le comunicazioni via radio. Un passo dopo l’altro anche la MotoGP rischia di diventare una copia a due ruote della F1, dando al motociclismo un colpo mortale. L’ultima trovata è – come già anticipato da Motoblog - quella di adottare, appunto, le comunicazioni via radio, cioè la possibilità di dialogare in corsa fra pilota e box.

Valentino Rossi, quest’anno in difficoltà in qualche gara anche per incomprensioni con il proprio box, ha già dato l’ok per avviare una fase di test mentre l’attuale capoclassifica iridata Marc Marquez ha detto subito “no”, soprattutto per una questione di sicurezza, quando ad esempio il pilota è in lotta con altri a 300 Km orari o è piagato in curva con la testa a… terra. Da sempre, il dialogo fra pilota e Team avviene con la tabella al muretto box anche se oggi sul computer di bordo della moto il pilota può leggere dati significativi. Decenni addietro non erano pochi i piloti che si dicevano infastiditi anche dalla lettura del contagiri (meccanico) buttandoci solo un’occhiata di sfuggita e mandando però arrosto il motore, per fuorigiri. I “pro” e i “contro”, in questi casi nell’introduzione di nuovi marchingegni dettati dalle nuove tecnologie, sono proporzionali agli “interessi” dei diretti interessati e alle loro predisposizioni.

Un fatto è certo: il fascino delle corse è dato anche dalla imprevedibilità di quel che avviene in pista, comprese le cadute e la rottura del motore. Se tutto fila liscio, si fa la fine della F1: corsa piatta, noiosa, scontata. Il campione è tale anche con la propria capacità di fantasia e di improvvisazione, di interpretare la corsa nella sua evoluzione, di prendere decisioni … da solo con l’ausilio della tabella del muretto. Il troppo stroppia. Prendiamo il ciclismo dove, oltre all’evoluzione tecnica delle bici, c’è stata una rivoluzione nella comunicazione usando ad esempio (spesso in modo mirabile ma anche in modo eccessivo) le riprese dall’elicottero e la comunicazione via radio fra corridore e direttore sportivo.

Ebbene, ai tempi del ciclismo di Coppi e Bartali la gente sognava da casa la battaglia sul Pordoi attraverso la radio e i 5 minuti di distacco si “udivano” ma non si “vedevano” e ognuno li misurava con il metro della propria passione, valutandoli più con il cuore del fan che con il cronometro, ricamandoci sopra. Oggi, spesso con grande delusione, i 5 minuti sono perfettamente identificabili dalla ripresa dall’elicottero dove si vede che fra il primo in fuga e il secondo che arranca c’è (solo) la distanza fra due tornanti. Molto del pathos si perde così, rendendo tutto meno avvincente ed “eroico” e più banale. Idem il dialogo via radio che permette al corridore di “conoscere” tutto in ogni momento, attaccando o rallentando quando è il ds dall’ammiraglia a suggerirlo.

Non a caso, siccome tutti usano le stesse tecnologie e gli stessi metodi, la lotta cala e cala lo spettacolo, con i big tutti insieme in un gruppetto a controllarsi l’un l’altro, come si è visto anche nell’ultimo Tour de France. Il motociclismo è diverso dall’automobilismo e dal ciclismo ma la sostanza è la stessa. Le tecnologie, anche quelle relative alla comunicazione (mirabili i passi avanti fatti nelle riprese live con le telecamerine sulle moto ecc.), vanno usate ma con equilibrio e senso della misura, utili a migliorare il “prodotto” (in questo caso la corsa), non a peggiorarla o a renderla anche più rischiosa e più … noiosa.

Alla fin fine il Circus regge se alimenta interesse e passione fra chi va sugli spalti in circuito e chi salta sul divano davanti alla tv. La comunicazione via radio in corsa fra pilota e team manager al box può “raddrizzare” una strategia sbagliata ma – a lungo andare – può togliere valore e interesse alla competizione. Il rischio è che il muretto chiami via radio il pilota e che l’audience crolli per invasione di campo delle tecnologie. Anche davanti alla tv la gente vuole la corsa vera, in pista, non altri bla-bla.

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