Autovelox: la parola della polizia non basta

Una sentenza afferma che non basta il verbale ad attestare che una postazione autovelox era visibile.

La soggettività umana rende non sufficiente il verbale a confermare che una postazione autovelox sia realmente visibile e, dunque, che la multa sia legittima. Ad affermarlo è stato un giudice di pace di Vasto, che ha annullato la multa a un automobilista che aveva contestato il fatto che l’autovelox fosse segnalato e visibile.

Secondo il giudice, infatti, il verbale non ha valenza probatoria, rientrando nella percezione sensoriale dei pubblici ufficiali, cioè una valutazione non oggettiva della realtà. Spetta, invece, all’ente accertatore dimostrare che la postazione autovelox fosse evidente per i veicoli in transito.

L’automobilista in questione era stato multato dal ‘Velomatic 512’, ma aveva contestato la contravvenzione in quanto non chiaramente visibile. Dall’altra parte, però, la polizia municipale aveva presentato come prova la sola verbalizzazione degli agenti che attestavano che l’accertamento era in regola e la postazione mobile dell’autovelox era visibile a tutti i veicoli. Per il giudice, però, se l’ente accertatore non documenta in maniera oggettiva la prova contraria, allora il trasgressore evita la multa e il taglio dei punti patente.

In pratica, le affermazioni dei vigili sulla visibilità della postazione per la rilevazione elettronica delle infrazioni non hanno valenza probatoria privilegiata – cioè non sono credibili – in quanto il concetto di visibilità è legato alla percezione sensoriale dell’operatore stesso e non è un dato oggettivo e inconfutabile. Si tratta, quindi, della parola dell’automobilista contro quella dei vigili, senza che nessuna delle due sia supportata da prove certe. Da qui la sentenza che ha dato ragione al guidatore multato, in quanto l’amministrazione non ha saputo fornire un riscontro oggettivo che legittimasse l’accertamento.

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