Nicolò Bulega, nel mondiale (2016) a soli 16 anni. Surtees e Agostini debuttarono a 22 anni. E Biaggi, Rossi, Lorenzo, Marquez …

Il prossimo ottobre Nicolò Bulega compirà 16 anni e nel 2016 disputerà il mondiale Moto3 con lo Sky Racing Team VR46 creato da Valentino Rossi insieme al colosso della pay-tv per crescere nuovi talenti.

Il prossimo ottobre Nicolò Bulega compirà 16 anni ma sa già che nel 2016 disputerà il mondiale Moto3 con lo Sky Racing Team VR46. Non capita tutti i giorni né a tutti i piloti di poter competere a questi livelli, in così verde età e in un quadro “programmato” da una struttura di altissimo livello, qual è quella del pesarese 9 volte iridato. Chiariamo subito un punto: Nicolò si è meritato sul campo questa grande opportunità: non è un raccomandato “figlio di papà” ma “figlio d’arte”, il cui pimpante padre Davide è stato campione italiano Sport Production 125 e campione europeo 250 negli anni 90.

Il ragazzino terribile di Montecchio Emilia, romagnolo d’adozione (risiede a San Clemente a due passi dall’autodromo di Misano), è quest’anno fra i protagonisti del Cev-Mondialino Moto3, più volte sul podio, con la vittoria a tiro, sfuggita fin qui solo per sfortuna. In carriera, Nicolò vanta il titolo di campione italiano ed europeo MiniGp nel 2011, il titolo di campione italiano PreGP125 nel 2012 e a nel 2013 il tricolore Pre GP250, quindi l’anno successivo l’ingresso nel VR46 Riders Academy con il “veni-vidi-vici” da wild card nel Civ di Misano.

Il longilineo 16enne dalle folte chiome ha nel suo bagaglio gli elementi per emergere: è pilota di classe, un talento naturale, di grande temperamento, estroso in pista quanto “inquadrato” e determinato fuori nel raggiungere i propri obiettivi. Il non ancora 16enne Nicolò Bulega è da una parte (il CEV) quello che il non ancora 18enne Enea Bastiani, recente trionfatore della Moto3 iridata di Misano, è dall’altra parte (il motomondiale): cioè le due punte di diamante dei “giovani leoni” del nuovo motociclismo “tricolore”, il futuro che è già realtà, in altre parole, i preziosi “cadetti” sulla strada che può portare al dopo Valentino Rossi.

Entrambi, Enea e Nicolò, sono in buona compagnia: altri giovanissimi piloti italiani della Moto3 (ad esempio, nel Cev, Lorenzo Dalla Porta e Stefano Valtulini ecc.), nel Civ italiano (Fabio Di Giannantonio, Marco Bezzecchi, Simone Mazzola ecc.), nel motomondiale (Nicolò Antonelli, Andrea Locatelli, Romano Fenati ecc.) sono fortissimi, e a loro va anche il merito di aver spezzato l’egemonia (meritata) dei piloti spagnoli, frutto di una strategia accorta con molte forze – anche finanziarie - in campo.

Torniamo sull’”operazione” Bulega perché significativa della capacità di intuizione e di pianificazione, un valore difficilmente riscontrabile nel motociclismo italiano in passato. Puntare organicamente (cioè predefinendone le tappe sperando anche nella de bendata…) su un pilota di 16 anni per il mondiale (Bulega) vuol dire che siamo in una “rivoluzione”, per altro appena avviata all’estero, con altri (pochi) piloti di lingua spagnola e francese. In queste operazioni c’è anche del “rischio”, bruciando corridori potenzialmente di alto profilo ma ancora non forgiati a livello internazionale. Si tratta di gestirli adeguatamente per farli crescere velocemente ma senza strappi. Oggi a questi ragazzini è data una opportunità straordinaria, un tempo era diverso.

I piloti arrivavano “tardi” fra i big e chi disputava l’intero motomondiale (gare solo in Europa, eccezioni a parte) era una eccezione: a fine anni ’60, oltre ad Agostini, i nostri si contavano su una mano, addirittura uno o due nella massima cilindrata! Fino a pochi anni fa il motomondiale era “aperto” e tutti i piloti con licenza internazionale potevano partecipare a qualsiasi round iridato nelle cilindrate classiche 50, 125, 250, 350, 500 e side. Fino al 1957 dominavano le Case italiane e gli accasati ricevevano le stesse attenzioni quasi come oggi i “paperoni” della MotoGP. Poi, con il forfait tricolore e con l’ondata delle Case giapponesi, i piloti italiani si ridussero al lumicino, con l’eccezione successiva di Agostini, il primo asso italiano “sdoganato” dai figli del Sol Levante (Yamaha).

Questo per dire che per decenni i piloti italiani (non solo privati) si limitavano alla Mototemporada primaverile, a corse internazionali (Paesi dell’Est, Benelux, Francia, Spagna), e per loro il mondiale significava la puntata di Monza a settembre. Agostini e pochissimi altri erano l’eccezione. E nessuno, da “junior” (cioè sotto i 18-20 anni), aveva il supporto di una realtà quale quella odierna di Bulega o di Bastianini: dovevano remare da soli. Chi non mollava prima, sperava di entrare nel grande ristrettissimo giro, prendendo il posto di un illustre collega, out per incidente.

La differenza non stava solo negli anni – oggi i 16enni nel motomondiale – ma nella impossibilità di programmazione, puntando sulla ruota della fortuna, entrando da illustri sconosciuti nel “Continental Circus”, cioè fare la vita degli “zingari”, con moto inadeguata sul carrello, moglie in veste di meccanico-cuoco e famiglia appresso in giro per l’Europa alla ricerca di gloria e di una diaria che non copriva le spese. Anche allora i migliori alla fine emergevano ma quanti non ce l’hanno fatta anche per mancanza di supporti adeguati? Qui ci limitiamo a due esempi straordinari, in positivo.

John Surtees (sette volte campione del Mondo nelle 350 e 500 con la MV Agusta e iridato con la Ferrari in Formula 1) veniva da una famiglia di corridori, debuttò nel 1951, 17enne, in una garetta locale a Truxtron con una Vincent “pezzo di ferro” che abbandonò per una vetusta Norton Manx 500 con cui poi fece faville. Ma solo a 21 anni si mise in luce piegando a Brand Hatch con la NSU ufficiale il mitico binomio Duke-Gilera. Il “figlio del vento” inglese entrò così, a 22 anni, nelle grazie del Conte Agusta, ma non era più uno sconosciuto, avendo già disputato 90 gare con 77 vittorie, otto secondi posti, due terzi, un quarto, un quinto, mai un ritiro... “Big John” lottò e vinse contro mostri sacri quali Duke, Masetti, Liberati, Mc Intyre, Lomas, Amm, Kavanag, Dale, Minter, Hartle, Campbell, Hocking, Hailwood.

L’altro esempio riguarda Giacomo Agostini, il più titolato con i suoi 15 titoli iridati. Il fuoriclasse di Lovere (famiglia lontana dalle corse) debuttò fra i “big”, a 22 anni, nel 1964 con la Morini 250 mono (fece una unica apparizione mondiale, spalla di Provini a Monza fine 1963) passando nel 1965 alla MV Agusta in squadra con Mike Hailwood. La Morini era una (piccola) splendida Casa, ma veniva al mondiale con un furgoncino traballante, una moto perfetta ma superata, 2 meccanici (a panini) e perse il mondiale 1963 per aver saltato un GP, causa budget limitato. Poi, dopo il 1964 la mono bolognese fu travolta dalle Honda 6 cilindri 4 tempi e dalle Yamaha 4 cilindri 2 tempi ma su quella moto furono pochi fortunati a salirci, e solo nelle gare in Italia. Piloti anche di gran nome – Grassetti, Venturi, Bergamonti, Villa ecc. – salivano e ridiscendevano continuamente fra moto ufficiali e privat.

Ecco perché oggi è tutto diverso, quando – lo ripetiamo - un Bulega e (pochi) altri come lui possono disporre di ben altri supporti. Non è solo questione di età. Anche se Nicolò entra nel motomondiale 2016 con almeno 5 anni di vantaggio rispetto a … Surtees e ad Agostini e con 4 anni rispetto a Biaggi, 2 anni di vantaggio su Rossi e (mese più mese meno) alla pari rispetto a Lorenzo e a Marquez. Non è poco. Ma non è tutto. Serve una gestione oculata, non azzardata. Oggi come allora.

A chi dice che adesso esordire a 16 è normale rispondiamo che è vero solo per le gare di secondo e terzo livello ma non per il motomondiale, con una scrematura (a cominciare dalla Moto3) pesante che non ammette piloti “mezze tacche” e/o piloti senza… valigia piena di soldi. Il fuoriclasse emerge sempre ma per entrare nella fossa dei leoni, nel Team adeguato, i piloti delle seconde linee devono sgomitare e mettere mano al portafoglio. Oggi, anche in Moto3, accanto a fior di piloti si schierano corridori sfioriti, presenti solo grazie ai soldi che sborsano ai Team. Questo limita il necessario ricambio, indispensabile per la vitalità e il futuro delle corse.

Ma la strada è difficile anche per i piloti “super”. Serve determinazione, ma anche umiltà. Bulega, Bastianini e altri dimostrano che i sogni possono avverarsi. L’obiettivo resta uno solo: Valentino.

Vota l'articolo:
4.00 su 5.00 basato su 455 voti.  
  • shares
  • +1
  • Mail
2 commenti Aggiorna
Ordina: