R900RR, l'ultimo boxer BMW alla prova Dakar

R900RR, l'ultimo progetto boxer BMW per la Dakar. Specifiche tecniche, piloti, risultati e il confronto con la vittoriosa F650RR.

R900RR, l'ultimo boxer BMW alla prova Dakar
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Massimiliano Vetrone
Pubblicato il 9 feb 2026

Nel panorama affascinante e spietato dei grandi rally africani, ci sono storie che raccontano di sfide epiche, di tecnologia portata all’estremo e di scommesse che hanno segnato la storia del motorsport. Una di queste storie è quella della R900RR, la moto con cui BMW decise di giocarsi tutto alla fine degli anni ’90, puntando ancora una volta sul suo iconico motore boxer per affrontare l’arduo percorso della Dakar. Un progetto che, tra tradizione e innovazione, ha lasciato un segno indelebile nonostante l’esito non sia stato quello sperato.

Quando il vento del cambiamento iniziava a soffiare con forza sulle piste del deserto, portando con sé la rivoluzione delle monocilindriche leggere e agili, in casa BMW si scelse di non abbandonare le proprie radici. Invece di seguire la tendenza dominante verso motori più piccoli e compatti, i tecnici bavaresi decisero di modernizzare il celebre bicilindrico boxer. Il cuore pulsante della R900RR fu portato a 900 cc, con una potenza di circa 90 cavalli a 8.200 giri e raffreddamento aria/olio, impreziosito da testate a quattro valvole per cilindro. Ma il vero salto evolutivo avvenne attorno al motore: il telaio fu completamente riprogettato, le sospensioni affinate e la distribuzione dei pesi ottimizzata per resistere alle condizioni più estreme.

La realizzazione di questa moto fu affidata alla leggendaria HPN, la preparatrice bavarese che da anni rappresentava una garanzia di qualità e robustezza nelle competizioni off-road. Il lavoro di HPN trasformò la base BMW in una macchina pensata per le imprese impossibili: telaio rinforzato e su misura, geometrie specifiche, sospensioni WP/Öhlins con ben 300 mm di escursione e una straordinaria capacità di carburante distribuita in quattro serbatoi (34, 10, 4 e 6 litri). Il risultato? Un peso a secco di circa 190 kg, un traguardo ottenuto senza sacrificare la solidità indispensabile per affrontare le insidie del deserto africano.

A rendere ancora più interessante il progetto R900RR fu la scelta di affidare la moto a piloti di caratura internazionale come Cyril Despres, Juan “Nani” Roma e John Deacon. Nomi che hanno scritto pagine importanti nella storia della Dakar e che avrebbero dovuto essere la carta vincente per riportare il marchio bavarese ai vertici del rally. Tuttavia, la realtà della competizione si rivelò più dura del previsto. Nonostante la coppia generosa e la proverbiale affidabilità del motore boxer, la R900RR non riuscì a colmare il divario di maneggevolezza e agilità che le monocilindriche, sempre più leggere e facili da gestire sulle dune, garantivano ai loro piloti.

Nel frattempo, il team ufficiale stava sviluppando anche un’altra moto, la F650RR, un monocilindrico che avrebbe cambiato per sempre le regole del gioco. Proprio la F650RR si impose nella Dakar del 1999 e 2000, segnando la definitiva affermazione delle monocilindriche nei grandi rally africani e sancendo, di fatto, il tramonto dei grandi bicilindrici. I dati raccolti in gara confermarono quello che i numeri già suggerivano: la R900RR era una moto tecnicamente raffinata e straordinariamente resistente, ma non poteva competere sul piano della maneggevolezza con le nuove protagoniste della corsa.

Il progetto, pur non portando a casa la vittoria sperata, rimane un esempio di ingegneria dedicata e di coraggio tecnico. Per piloti e ingegneri, la R900RR rappresenta ancora oggi una lezione preziosa: a volte, anche la tradizione più nobile e la tecnologia più raffinata non bastano a fermare l’inesorabile evoluzione del motorsport. Il mondo dei rally africani stava cambiando e BMW seppe trarre insegnamento da questa esperienza, orientando le sue future strategie verso soluzioni più leggere e competitive.

Oggi, la R900RR vive nella memoria degli appassionati come un modello di transizione, simbolo di una scommessa audace e di una filosofia che ha saputo reinventarsi davanti alle nuove sfide. Le regole cambiano, i terreni si trasformano e la tecnologia continua a riscrivere le mappe della vittoria. Ma il ricordo di quella boxer tedesca che ha affrontato il deserto con orgoglio e determinazione resta una delle pagine più affascinanti della storia della Dakar e del motorsport internazionale.

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