MotoGP Misano, la “carica” dei 160 mila. Tutto merito di Rossi?

I 158.300 spettatori complessivi che nell’ultimo week end hanno affollato gli spalti del “Marco Simoncelli” di Misano non segnano il record di affluenza dell’impianto romagnolo ma confermano l’appeal del motociclismo

I 158.300 spettatori complessivi (96.212 domenica, 41.328 sabato, 20.760 venerdì) che nell’ultimo week end hanno affollato gli spalti assolati del “Marco Simoncelli” di Misano non segnano il record di affluenza dell’impianto romagnolo (159.120 nel 2019) ma confermano l’appeal del motociclismo, riferito al Motomondiale, in primis alla MotoGP. Negli ultimi anni il Motomondiale registra una presenza complessiva stagionale poco sotto i 3 milioni di spettatori, con i due round italiani a metà classifica (in questo Mugello e Misano sostanzialmente si equivalgono), dietro ai GP di Valencia, Le Mans, Spielberg, Brno – tutti con oltre 200 mila presenze – seguiti da Barcellona, Termas de Rio Hondo, Sepang, Sachsenring. Fra Mugello e Misano c’è Assen, dietro: Jerez, Silverstone, Austin, Alcaniz, Motegi, Phillip Island, Losail (30 mila). In ogni stagione i numeri fluttuano ma la sostanza è questa anche se resta il nodo mai sciolto: un conto sono i biglietti “venduti”, un altro conto sono le persone realmente presenti in autodromo con in mano il biglietto marcato (in Italia) dalla SIAE. Comunque, è giusto apprezzare e valorizzare (come hanno fatto anche stavolta gli organizzatori del GP San Marino-Riviera di Rimini) il dato quantitativo delle presenze (e il relativo indotto con una ricaduta economica di tutto rispetto per il business della zona e dintorni) stando però con i piedi per terra, senza enfatizzazioni “politiche”, con il round iridato romagnolo collocato circa a metà nella classifica del pubblico di tutti i Gran Premi.

E qui, puntuale come un treno svizzero, arriva la domanda: perché questa marea di spettatori viene in autodromo (l’audience televisiva è un altro discorso, più volte da noi analizzata e su cui comunque torneremo) sobbarcandosi fatiche e costi? Attirati da Valentino Rossi o dalla passione per il motociclismo in quanto tale? La risposta potrebbe venire da sola, dal “popolo giallo” che ha invaso Misano. Rossi è da due decenni l’icona del motociclismo, quindi il pubblico è attratto dal pilota assurto a mito ma è anche attirato dallo sport (il motociclismo) teatro delle sue gesta. In altre parole, paradossalmente, se Valentino – Dio non voglia! – invece di fare il corridore si dedicasse al tennis, alla scherma, al bob, al nuoto, alla boxe ecc. – avrebbe lo stesso seguito? No. Perché, al di là di predisposizioni e di scelte di vita, il Doc è identificato con il motociclismo: l’uno è espressione dell’altro alimentandosi vicendevolmente. Si dirà: ma il motociclismo c’era anche prima di Rossi e c’erano campioni attira-pubblico, addirittura più di oggi. Vero. Ma qui parliamo di oggi e questa è stata ed è l’era di Valentino. All’asso pesarese va riconosciuto non solo il valore come pilota vincente in pista ma anche la capacità, grazie al carisma personale e all’uso sapiente e spregiudicato dei mezzi di comunicazione, di aver fatto fare al motociclismo un salto qualitativo e quantitativo nell’immaginario collettivo, portandolo (nel bene e nel male…) fuori dalla cerchia degli appassionati, fino al pubblico generico, alla famosa massaia di Voghera. Non è vero che – pur con i suoi limiti – senza questo salto di qualità il motociclismo sarebbe migliore. Probabilmente sarebbe uno sport di nicchia, di scarso appeal, di scarso valore tecnico e agonistico.

Ciò – questo è evidente - ha anche prodotto in negativo, l’“inquinamento”, con danni anche per tutto il motociclismo: con un debordante dilettantesco fanatismo da tastiera e fan da “curva sud”, fin troppo sollecitati dal tam-tam mediatico partigiano e troppo poco richiamati all’ordine da chi di dovere. Ciò detto, il motociclismo non è Rossi ma Rossi, non solo in Italia, ne è (ancora) l’emblema (in positivo e in negativo) dentro e fuori i confini di uno sport di forti passioni, di forti tensioni e di grandi rischi, entrato nella spirale dello show-business alle cui ferree regole deve obbedire. Rossi è stato ed è il co-protagonista di questa “rivoluzione”, addirittura l’antesignano, prima “pedina” e poi “volano” di un processo che proseguirà anche dopo che il Doc avrà attaccato il casco al chiodo. Per adesso la realtà è sotto gli occhi di tutti. Ai 150 mila e passa di Misano poco importa se Rossi non vince mondiali e gare da una vita e se altri oramai dominano la scena, Marquez in primis, ma anche nuovi “giovani leoni”, Quartararo, Vinales, Rins ecc. Si va sugli spalti per esaudire una passione, per far parte di un rito collettivo che fa battere il cuore anche dopo che il Gran Premio è terminato e poter dire poi a casa: “io c’ero”. Per i più, a Misano e altrove, questa passione e questo rito collettivo si identificano principalmente con Rossi, il “vecchio leone” quarantenne non più Re della foresta dalla zampata “assassina” ma pur sempre dal ruggito ammonitore per gli avversari e ammaliante per gli appassionati i quali non vogliono certo mancare quello che prima o poi sarà l’ultimo atto.

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