Motomondiale, 53 anni fa il terribile “volo” di Provini al TT. Ma non fu colpa del sole!

Provini, quel gravissimo incidente al TT del 1966. Addio corse!

tarquinio provini benelli 250

Il 2 settembre 1966, all’Isola di Man si chiuse la 48esima edizione del Tourist Trophy, decima prova del Motomondiale di quell’anno. La corsa fu spostata dal solito periodo di giugno a causa degli scioperi dei marittimi britannici e si svolse dal 28 agosto al 2 settembre. I vincitori furono Mike Hailwood-Honda (500 e 250), Giacomo Agostini-MV Agusta (350), Bill Ivy-Yamaha (125), Ralph Bryans-Honda (50), Scheidegger/Robinson nei side. Anche in quella occasione, nelle prove e in gara vi furono vari incidenti, di cui due mortali: Toshio Fujii e Brian Duffy. Tante le cadute, fra le più gravi quelle nelle prove di Derek Minter e soprattutto quella di Tarquinio Provini, prima fra la vita e la morte, poi a rischio di paralisi totale, quindi, dopo una lunga via crucis, l’addio alla carriera all’età di 33 anni. Per 30 anni, furono i portuali inglesi ad essere considerati “colpevoli” di quella gravissima caduta del campione italiano e di altri gravi incidenti di quelle giornate. Come già detto, causa uno sciopero durato molte settimane, quell’anno la data del TT fu posticipata da giugno a fine agosto. E due mesi facevano la differenza rispetto all’alzata del sole sull’Isola di Man. Anche perché le prove ufficiali venivano effettuate a ridosso … dell’alba. Durante il giorno il traffico tornava ad occupare il circuito … 

Era un giovedì mattina, quel 25 agosto 1966, e Tarquinio Provini – con Agostini il nostro pilota di punta - lanciato sul rettifilo che porta al Ballaugh, sui 230 all’ora, supera il cartello che annuncia “Beware sun next 9 miles”, “Attenzione al sole nelle prossime nove miglia”. L’urlo della sua Benelli 4 cilindri nero fumo lacera la boscaglia circostante e, d’improvviso, s’ammutolisce. Accecato dal sole (così si disse per decenni), il pilota emiliano perde il controllo del bolide e va a schiantarsi su un terrapieno, per poi ricadere vicino all’asfalto, privo di conoscenza e, apparentemente, in fin di vita. Ma la verità è un’altra. Al TT la Benelli, in vista della corsa successiva di Monza, stava sperimentando una nuova 350 “quattro”, un bolide che battè subito il record della pista. Vista la competitività del nuovo mezzo, Provini chiede ai meccanici di far “riposare” il nuovo motore e di continuare a provare con la vecchia 250 che però va subito in tilt. La notte, meccanici e pilota decidono di “eliminare” un… cilindro, tagliando una biella alla base dell’albero motore, non essendoci più tempo per aprire il carter. Il giovedì mattina, il motore a “tre” supera addirittura i 16 mila giri. Ma appena Provini, in quel punto maledetto, per il sole, chiude il gas, il motore s’inchioda e innesca il tremendo incidente. Si era tranciato il moncherino di biella che i meccanici avevano lasciato attaccato all’albero motore. Quel moncherino forò il carter finendo tra gli ingranaggi del cambio, che si bloccò, sparando moto e pilota. Colpa del sole? Colpa del moncherino?

Così Provini descrisse l’accaduto: “ Sono volato via come sparato da un cannone. Subito ho avvertito un dolore lancinante nella parte terminale della spina dorsale e mi è sembrato che le gambe non facessero più parte del mio corpo, lontane da me, soverchiate da un peso enorme. Ero rosso di sangue ovunque. Sono rimasto almeno un’ora con un tremendo dolore che mi spaccava a metà. Invano, quando sentivo il suono assordante dei motori facevo un cenno alle meteore che mi sfrecciavano davanti. Passarono in tanti, ma nessuno si accorse di me. Il lungo calvario è continuato fintanto che un buon samaritano con la barba mi si è parato davanti. Con cinghia e bretelle ha tentato di unire alla parte più viva, quella che non sentivo più. Molto tempo dopo, su una traballante vettura nera sono stato trasportato all’ospedale di Douglas e lì sono rimasto fino al 5 settembre. Poi il volo in Italia e la difficile rinascita al Rizzoli di Bologna”. Provini aveva subito altri gravi incidenti, fra cui quello di Spa Francorchamps del 1960, con la rottura dell’osso del collo. Stavolta era la frattura alla spina dorsale. Tarquinio si riprese piano piano e addirittura tornò ad esibirsi con la sua Benelli 250 quattro, regalatagli dalla casa pesarese. Tarquinio, spesso, chiedeva al suo gatto bolognese chi era l’altro gatto nero senza coda che quel giorno gli tagliò la strada all’isola di Man. Chi non ha conosciuto Tarquinio Provini ha perso tanto, per le qualità dell’uomo e del pilota. Un corridore “speciale” (due volte campione del Mondo, 11 titoli italiani dal 1954 al 1965, 20 gran premi vinti in 125 e 250) che ha “traghettato” il motociclismo del dopoguerra all’era di Giacomo Agostini. Tarquinio è stato il “re” della 250; ha corso con moto ufficiali Mondial, MV Agusta, Morini, Kreidler, Benelli; è stato l’anti Ubbiali (9 volte campione del Mondo) e, almeno nella prima fase, l’anti Agostini (15 titoli iridati). Piacentino di Roveleto ma bolognese di adozione, Provini è stato il pilota più travolgente del dopoguerra, quello con più carisma, il vero trascinatore di folle, uno stilista e un tecnico inimitabile. 

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