Ducati 860 GT: tre diverse interpretazioni in salsa special

La Ducati 860 GT non è certamente stata una delle motociclette meglio riuscite della storia del marchio bolognese: tre customizer si sono rimboccati le maniche e hanno provato a interpretare a modo loro questo brutto anatroccolo

La storia di Ducati è piena di modelli mitici, a partire dalle vecchie monocilindriche come le Scrambler fino ad arrivare alle più moderne Desmoquattro come le 851-888 o la leggendaria serie 916, passando per le prime V-Twin a coppie coniche di Fabio Taglioni e le 750 F1 con il motore di derivazione “Pantah”.

La Ducati 860 GT non è, tuttavia, tra quei modelli che a Borgo Panigale si vantano di aver avuto in listino: è stata un po’ il brutto anatroccolo della casa bolognese, un po’ come la 600 Turismo 4C 6 lo è stata per MV Agusta. Come si suol dire, anche nelle migliori famiglie

Piuttosto bruttina e totalmente priva di quel fascino che avevano, invece, le coeve 750 Sport ed SS, la 860 GT venne prodotta nel biennio 1974-1975: se ne vendettero pochissime, tant’è che già a due anni dal lancio venne sostituita dalla 860 GTS, in produzione fino al ’79.

Era stata pensata come concorrente delle maxi-moto giapponesi che proprio in quegli cominciavano ad invadere il mercato del Vecchio Continente: priva della proverbiale affidabilità nipponica, non eccelleva nemmeno in quanto a doti dinamiche, e neanche il design di un maestro come Giorgetto Giugiaro riusciva a rendere appetibile un prodotto che era, da molti punti di vista, nato male.

Il bicilindrico a L progettato dall’ing. Taglioni è tuttavia una vera e propria scultura meccanica, come del resto i precedenti settemmezzo: grazie alla cilindrata maggiorata di poco più di un centinaio di cc, questo V-Twin erogava una sessantina di cv.

Caratterizzato dalla particolare distribuzione a coppie coniche (tipica dei propulsori Ducati di quel periodo fino all’introduzione, negli anni ’80, delle cinghie dentate) non era però dotato del celeberrimo sistema “Desmo” di richiamo delle valvole.

Furono in molti quelli che, approfittando dello scarso successo commerciale di questa bicilindrica, ne acquistarono una usata a basso costo per poterne ricavare una special -anche se allora non si chiamavano così- ispirata alle sportivissime 750 e 900 SS.

Ancora oggi ci sono alcuni preparatori che, volendo partire da uno dei gloriosi due cilindri Ducati degli anni ’70 (e non potendo per ovvi motivi “violentare” una SuperSport) decidono di prendere come base per le loro realizzazioni proprio un’anonima e poco apprezzata 860 GT: oggi vi proponiamo tre diverse elaborazioni in chiave moderna di questa sfortunata e quasi dimenticata bicilindrica bolognese.

1) Ducati 860 GT by Made In Italy Motorcycles

La prima delle tre special che vi presentiamo oggi è anche la più classica: ispirata in tutto e per tutto alla mitica 750 SS, la 860 GT che vedete in queste foto è stata customizzata da Made In Italy Motorcycles, uno specialista inglese di moto italiane con sede a Stowmarket, nel Suffolk.

Per oltre trent’anni John Fallon ha venduto, aggiustato, elaborato motociclette di Borgo Panigale: quando Tom Craig, il proprietario di questo vecchia GT, ha deciso di personalizzarla, non ha avuto dubbi su chi fosse la persona giusta per mettervi le mani sopra.

Si tratta di una moto del ’77, totalmente stravolta sino a divenire una vera e propria replica delle SuperSport del tempo: il telaio è stato modificato e verniciato nel tipico colore verde acqua, e le sovrastrutture hanno le stesse forme di quelle già viste sulla SS, una delle sportive più iconiche e hardcore dei quegli anni.

A una prima occhiata, se non si conosce bene la mitica sportiva stradale del brand bolognese, è facile scambiare la 860 GT di Tom per una vera SS: la livrea argentea e la carrozzeria praticamente identica costringono a prestare parecchia attenzione se non si vuole cadere in inganno.

2) Flying Podenco by XTR Pepo

La seconda special di oggi è stata costruita da una nostra vecchia conoscenza, e visto lo stile inconfondibile di questa 860 GT custom non è affatto difficile indovinare di chi stiamo parlando: il “padre” di questa splendida semicarenata è, se ci fosse bisogno di dirlo, Pepo Rosell. Il customizzatore madrileno, un tempo a capo di Radical Ducati e ora proprietario di XTR, ha voluto chiamare la sua Ducati come una razza di cane da caccia che si crede originaria dell’Antico Egitto, il Podenco: un segugio, insomma, pronto a ghermire la preda al minimo movimento.

Come molte altre realizzazioni di Pepo, anche questa 860 GT ha un look spiccatamente da retro-racer, facilmente riconoscibile grazie alle molte citazioni al mondo dell’Endurance e alle gare della Formula TT, derivate di serie che anticiparono di una dozzina d’anni il format tutto statunitense delle Superbike.

Il motore è, in questo caso, il desmodromico di una Darmah 900, opportunamente rivisitato con pistoni ad alta compressione, flussaggio dei condotti e un albero a gomiti alleggerito. Questo pompone, alimentato da una coppia di carburatori Dell’Orto PHM 40, ruggisce attraverso un impianto di scarico Supermario due-in-uno dotato di un aggressivo silenziatore a trombone del tipo cono-controcono.

La forcella anteriore è quella di una Triumph Daytona 955, incastonata in nuove piastre in ergal (stesso materiale dei semimanubri). L’impianto frenante è misto Beringer-Brembo, mentre le ruote a raggi sono delle Akont da 18 pollici. Molto old school, in puro stile XTR!

3) Novant’Anni by Affetto Ducati

L’ultima della lista è anche l’unica naked -o se preferite, scarenata, come si chiamavano una volta- del trio. Arriva dall’Olanda e precisamente da Overasselt, ove ha sede Affetto Ducati, una concessionaria che nel corso degli anni ha legato indissolubilmente la sua attività, oltre che il suo nome, alle motociclette di Borgo Panigale.

Leo Fleuren, il titolare, ha voluto con questa cafè racer rendere omaggio al marchio del suo cuore: anche il modo in cui è stata battezzata, Novant’Anni, è un tributo alla lunga storia di una delle aziende motociclistiche più famose e prestigiose del Mondo.

La moto in questione è un vero e proprio inno alle vecchie bicilindriche italiane, ma si può considerare una “restomod” dal momento che è equipaggiata con una lunga serie di componenti moderni montati per conferirle un migliore comportamento dinamico.

Il bicilindrico a coppie coniche è incastonato in un telaio di serie modificato nella parte posteriore, ma al retrotreno troviamo il forcellone di una Ducati Sport Classic, su cui si è intervenuti per adattare una trasmissione che si trova originariamente sul lato opposto.

L’impianto frenante è quello di una Ducati 996, mentre il mono-ammortizzatore posteriore Ohlins arriva della sorella più piccola, la 748R (montato però in questo caso in posizione laterale). I cerchi a raggi sono invece quelli di una moderna Scrambler.

Il propulsore ha ricevuto le cure del preparatore olandese Pajic R&D, e anche l’autore delle sovrastrutture in lamiera di alluminio battuta a mano è un artigiano locale: nonostante il nome, Labro Carrozzeria ha infatti sede nei Paesi Bassi. Completano il tutto una strumentazione Motogadget e delle frecce Kellermann.

Allora, quale delle tre è la vostra preferita?

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