Piccole, sportive e cattive: Kawasaki ZXR 400

Hanno fatto innamorare di loro i sedicenni che, negli anni ’90, guidavano le 125 sportive a due tempi. Sono le 400 supersportive, oggi scomparse da un mercato che forse inizia a sentirne la mancanza. Scopriamo la Kawasaki ZXR 400.

Le 125 a due tempi occupano uno spazio unico nel cuore dei motociclisti che, oggi quarantenni, con questi mezzi hanno mosso i primi passi nel mondo delle due ruote. Immediatamente a traino però, e come loro naturale evoluzione, almeno per quanto riguarda gli amanti dei semi manubri, c’è la categoria delle piccole sportive. Il concetto, rimanendo nell’ambito dei quattro tempi ed almeno per l’Italia, si traduceva in un’unica sigla: Kawasaki ZXR 400.

La più piccola delle Ninja importate nel nostro Paese (mentre in Giappone ed in alcuni stati europei come il Regno Unito c’era anche la 250) era dotata di un pepato motore di 398 cc con zona rossa del contagiri a 14500 g/min, al pari delle altre giapponesi che non approdarono mai da noi, la Honda CBR 400 RR, la Suzuki GSX-R 400 R e la Yamaha FZR 400.

Realizzata quale profonda evoluzione in chiave racing della ZX-4 F3 dell’anno prima, arrivò sul mercato nel 1989 con il tradizionale doppio faro tondo anteriore in stile endurance ed i due vistosi condotti che portavano aria nell’airbox sistemati ai lati del cupolino, elemento distintivo della serie.

Replica in piccolo della 750 che gareggiava nell’allora neonato campionato Superbike e el mondiale di durata, univa il look da sportiva pura ad un peso piuma (159 kg a secco) che, complice la compattezza generale (lunghezza di poco superiore ai 2 metri ed un interasse inferiore alla fatidica soglia dei 1400 mm), rendeva la piccola di Akashi estremamente reattiva, anche grazie alle coperture posteriori 160/60-17.

Al brillante comportamento dinamico contribuivano l’angolazione del cannotto di sterzo di 23,45 gradi, il telaio perimetrale e sospensioni anteriori a steli rovesciati (da 41mm) con regolazione del precarico, che assorbivano le asperità trasmesse dalla copertura, uno standard 120/70-17 . Al posteriore invece trovava posto un monoammortizzatore settabile in compressione. Il forcellone era simmetrico a profilo variabile.

La suggestione di guidare una moto quasi da corsa era poi completata dal motore, che andava tenuto costantemente nella zona alta del contagiri, per poter garantire i 59-65 cavalli (a seconda delle versioni) che era in grado di sviluppare, e sopperire alla coppia, che si attestava sui 40-43 Nm a 10000 giri.

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La decelerazione era affidata ad una coppia di dischi anteriori da 300 mm con pinza Tokico a quattro pistoncini, mentre al retrotreno si trovava un disco singolo da 240mm con pinza a doppio pistoncino.

Prodotta dal 1989 fino al 2002 e venduta, nell’ultima versione, al prezzo di 8600 €, è oggi una sorta di icona di un tempo in cui l’esigenza del downsizing della cilindrata non era una necessità come invece avviene oggi, anche perché le sportive medie di allora erano le 600 e non le 800-1000 odierne.

La valutazione attuale di una ZXR 400 formalmente si può dire che non esista. In vendita se ne trovano a cifre comprese tra poco più di mille Euro, fino ad arrivare agli oltre 4000 € di un esemplare di inizio anni 2000 ed in buono stato. Forse non la moto ideale per avvicinarsi al mondo delle due ruote, ha però costi di gestione e di assicurazione contenuti. Il neo principale è quello di essere Euro 0, con tutto ciò che ne deriva.

Nelle mani giuste però, specie nel misto, può regalare soddisfazioni, al pari delle altre tre giapponesi coetanee e di pari cilindrata e delle 250 a due tempi sempre di quell’epoca, rappresentanti di una categoria che non esiste più, e che di recente si è evoluta nei mono e bicilindrici di cubatura compresa tra 300 e 400 cc su cui le case stanno tornando a credere.

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