Biaggi in MotoGP (Suzuki)? Quando era Hailwood a "rientrare"

Il possibile ritorno di Max Biaggi alle corse a così breve distanza dall’addio sta muovendo le acque non più solo della SBK ma anche della MotoGP. Sfogliando la margherita, l’ultimo petalo (dopo la girandola di voci sui presunti accordi in SBK prima con Aprilia, poi Kawasaki, quindi Ducati) riguarda la Suzuki, impegnata al rientro in MotoGP dal 2014 e interessata ad avvalersi subito di Biaggi per lo sviluppo della nuova moto, un po’ sulla falsariga di quanto già fatto dal “Corsaro” con l’Aprilia RSV4R.

Il campione romano da utilizzare non nel “semplice” ruolo di collaudatore esterno, ma anche direttamente in gara, come wild card in MotoGP. La conferma viene da GPone, con la firma dal sempre bene informato e autorevole amico Claudio Porrozzi. Se ciò risponde al vero, a trarne beneficio potrebbe essere la MotoGP – in primis la Suzuki - sempre in cerca di nuovi stimoli. Altro discorso per Biaggi, che difficilmente aggiungerebbe un “di più” alla sua splendida carriera. Si potrebbe chiuderla qui, con una domanda dalla implicita risposta: chi glielo fa fare?

Nel motociclismo in epoche diverse ci sono stati (pochi) grandi piloti usciti e rientrati, i più raccogliendo solo un pugno di mosche. L’eccezione viene da Mike Hailwood, il 9 volte campione del mondo, primo titolo iridato a 21 anni con la Honda, 76 GP vinti, 37 nella 500, 112 podi su 142 GP disputati. Quando nel 1968 la Honda si ritirò dal motomondiale tenne comunque sotto contratto il 27enne miliardario inglese che nel 1971 riprese casco e tuta per disputare la 200 Miglia di Daytona con una BSA, gara condotta in testa fin quasi alla fine, prima di cedere per noie meccaniche.

Come si sa l’appetito vien mangiando e Mike si fa convincere poco dopo – a suon di sterline - dagli organizzatori di Silverstone per un nuovo duello con Giacomo Agostini, in un meeting pomposamente definito “La corsa del secolo”. Un bluff, soprattutto a causa della inferiorità della Yamsel dell’inglese rispetto alla MV Agusta dell’asso italiano.

Ma gli oltre 30 mila paganti del circuito inglese stuzzicano le fantasie di Goffredo Tempesta e di Paolo Benelli, vulcanici promoters del Moto Club Tonino Benelli di Pesaro, pronti ad allestire la rivincita sull’infido e spettacolare circuito semi-cittadino di Villa Fastiggi. Mike si fa convincere, oltre che dal lauto ingaggio (più di 10 milioni di lire e benefits) anche dalla generosità della Benelli, ben contenta di affidare le sue quattro cilindri 350 e 500 già più volte vittoriose con Renzo Pasolini.

Alla nuova supersfida Hailwood-Agostini fanno degna cornice quasi 100 mila appassionati giunti da mezza Europa. Ago gioca al gatto col topo ma il pubblico gradisce portando in trionfo i duellanti, anche perché il circuito è da cardiopalma. Ago aveva battuto Mike 30 volte, ma l’inglese aveva vinto sull’italiano ben 42 volte! Per la cronaca, ben altra sarà la musica l’anno dopo a Villa Fastiggi, con Ago soccombente di fronte alla doppietta di Saarinen sulle Benelli.

Hailwood dice ancora di chiudere con le moto cercando e trovando altri successi con le quattro ruote. Ma 10 anni dopo il primo addio, nel 1978 Mike annuncia il grande ritorno al Tourist Trophy dell’Isola di Man vincendo la TT F1 con la bicilindrica Ducati 900, ripetendosi addirittura nel 1979, prossimo ai 40 anni, con il trionfo nel Senior TT in sella alla Suzuki 500. La corsa del 1978 è da epopea.

Quel 2 giugno 1978 “Mike the Bike” e la Ducati misero a segno una storica impresa. Un trionfo tanto clamoroso quanto inatteso che costituì le basi per il grande lancio dei bicilindrici bolognesi in tutto il mondo. Solo un Phil Read in stato di grazia, in sella a una Honda preparata apposta per il Montain Circuit, tentò di resistere all’azione prepotente del nove volte campione del Mondo.

Così scrivemmo su Motoblog in un precedente Amarcord. “Con la sua nuova tuta bianco-rossa, Mike guidava la straordinaria moto preparata in poco tempo e con pochi mezzi, come se “indossasse” un vestito tagliato su misura. La “cavalcatura” potente e agile, con i colori della bandiera italiana, bianco-rosso-verde, eseguiva perfettamente i comandi di un sapiente e implacabile fantino, che per un giorno tornava a far sognare e a dettare ancora la legge del più forte. E fu l’apoteosi: Davide batteva Golia! Persino un fuoriclasse “duro” come Phil Read alla fine abbracciò Mike e chiese di salire (da fermo) sul bolide italiano. Trecentomila persone si tolsero il cappello, in silenzio per ascoltare l’inno di Mameli. Il rombo del bicilindrico Made in Italy li aveva conquistati. Hailwood consegnava se stesso alla leggenda del grande sport”.

E’ davvero l’addio dell’ultimo mito del motociclismo dell’era moderna, perito tragicamente due anni dopo, il 23 marzo 1981. Viveva per le corse “Mike The bike”, il re della massima cilindrata, il fuoriclasse capace di meravigliare sempre e di vincere spesso in tutte le cilindrate, (50, 125, 250, 350, 500 GP e 900 F1, con motori a 2 e 4 tempi, monocilindrici, bicilindrici, tre, quattro, cinque, sei cilindri!), 9 volte campione del mondo in moto, un grande anche in auto, un vero gentleman. Forse, con Tazio Nuvolari, il più grande campione del motociclismo di tutti i tempi. Colto, anticonformista, aperto e poco problematico, non s’incupiva, guidava sopra i problemi, aiutava i piloti meno fortunati, sempre disponibile al dialogo con tutti, tifosi compresi.

Quegli addii annunciati e quei ritorni “impossibili” di Mike aiutarono il motociclismo in momenti non facili. Sarà così anche oggi, con Max Biaggi?

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