Gary Hocking, il temerario erede di Surtees e coequiper di Hailwood "tradito" dalla Lotus F 1 di Stirling Moss

Cinquantuno anni fa, il 21 dicembre 1962, sul circuito sudafricano di Durban, alla guida della Lotus Formula 1 di Stirling Moss, moriva all’età di 25 anni Gary Stuart Hocking, uno dei più grandi piloti di motociclismo di tutti i tempi, forse il più temerario dal dopoguerra ad oggi.

Gary, rhodesiano d’adozione ma nato il 30 settembre 1937 a Newport nel Galles, aveva appena abbandonato il motociclismo dopo l’ultimo trionfo al TT inglese del giugno 1962 con la MV Agusta 500 colpito pesantemente dalla morte del suo amico iridato Tom Phillis avvenuta sul mountain circuit nella 350.Lasciò tutti a bocca aperta e neppure un assegno in bianco del Conte Agusta riuscì a fargli cambiare idea.

Di forza sul tetto del mondo delle due ruote, Gary nelle quattro non riuscì a spiccare il volo: il destino aveva deciso altrimenti. Gli appassionati di motociclismo d’oltre Manica definivano Hocking uno “swashbckler”, cioè scavezzacollo. Gary, che pure era ardimentoso fino all’audacia, non può essere definito con quel difficile termine inglese, perché in pista coniugava la grinta felina e l’irruenza spavalda da gladiatore con la capacità di gestirsi in ogni occasione, specie nel corpo a corpo, esaltandosi ed esaltando nelle condizioni più avverse, come sul bagnato.

Dotato di uno straordinario talento naturale, degno emulo dello “svitato” Ray Amm e del “figlio del vento” John Surtees, Hocking piegava alla sua volontà ogni tipo di moto, di marca e di cilindrata, saltando come nulla fosse dalle monocilindriche (125) 2 e 4 tempi alle bicilindriche (250) 2 e 4 tempi, dalle monocilindriche (350 e 500) 4 tempi alle quattro cilindri 4 tempi (350 e 500). Come Attila – si diceva – Gary bruciava la terra dove passava, o meglio, l’asfalto, mietendo podi e vittorie, una dietro l’altra.

Correva forte perché sapeva di non avere tempo, una meteora luminosissima ma scomparsa troppo presto dal firmamento: in poco più di quattro stagioni, 41 gran premi disputati, 33 podi, 19 gp vinti, due titoli mondiali (350 e 500), vice campione del mondo in ben tre cilindrate (250, 350, 500), un titolo perso nella 250 per un guasto meccanico alla sua moto, altri due titoli già in tasca ma gettati al vento nel 1962 per l’addio alle corse.

Al debutto, nel 1958, con una vetusta Norton, specie sui tracciati più difficili e in condizioni estreme, mise più volte in difficoltà le ben più performanti 4 cilindri MV Agusta affidate a John Surtees e a Remo Venturi. Nel 1959 portò per la prima volta alla vittoria le sibilanti e inguidabili 2 tempi tedesche orientali MZ 250. Poi la chiamata del Conte Agusta e la serie di podi e trionfi in 125 e 250 e soprattutto nelle 350 e 500.

Chi scrive queste note, allora all’età di … 10 anni, era a Cesenatico e a Imola nel 1959, due corse impresse nella memoria come fosse oggi, con Gary Hocking in un inseguimento furioso con le MV 500 sul circuito bagnato del Santerno per riagganciare il battistrada Surtess e poi con il trionfo sotto il grattacielo in riva all’Adriatico. A Imola, Gary giunse a piedi alla partenza (all’epoca presso la curva della Rivazza) da solo a viso scoperto, casco in mano, sotto la pioggia battente. Guidava sul bagnato come sull’asciutto.

“El matt”, il pazzo, lo sfrenato, lo chiamavano. Ma Gary non era pazzo, come dimostra il suo ruolino di marcia estremamente regolare, es il 1960: secondo in tre cilindrate diverse, quattro vittorie, sei secondi, un terzo e due quinti posti, una sola caduta. Ogni pilota è figlio della sua epoca e ogni epoca fa storia a sé. Se proprio vogliamo paragonarlo a qualcuno di oggi, pensiamo a Casey Stoner. Per fortuna il “canguro”, dopo il discutibile forfait dalle corse, gode ottima salute dilettandosi fra famiglia e pesca al coccodrillo.

Gary Hocking brillava, con i suoi occhi di ghiaccio e il suo viso taciturno, di una classe che incuteva timore agli avversari ed esaltava il pubblico di tutto il mondo. Sorrideva per se stesso, di corsa, appena tagliato per primo il traguardo. Amava la moto, amava le corse, forse non amava se stesso. Usava moto e corse come clava per una sfida verso se stesso: voleva arrivare primo sul traguardo per andare subito altrove, verso nuovi traguardi, nuovi orizzonti. Indomabile in pista quanto insofferente nella vita, un eterno insoddisfatto, in lotta più con se stesso che contro i suoi avversari.

La signora in nero lo aspettava in Sud Africa, in quella maledetta “curva del diavolo”. Gary neppure se ne accorse. Già correva oltre, in cerca del suo amico Tom Phillis, degli altri centauri in corsa sopra le nuvole, certi che il biondino sarebbe presto tornato da loro. E così fu.

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