Campioni senza "corona": Bruno Spaggiari, ducatista doc

Come Max Biaggi, anche Bruno Spaggiari – nato a Reggio Emilia nel 1933 – ha appeso il casco al chiodo a 41 anni compiuti. A differenza del “corsaro” romano, che ha chiuso in bellezza con il sesto titolo iridato in tasca, il fantino emiliano dal viso freddo ravvivato dal tratto ironico, si è dovuto “accontentare” del podio della 200 Miglia di Imola 1974 con la bicilindrica Ducatona 750 Desmo, dietro al vincitore Phil Read (MV Agusta 500 4 cl GP) e a Roberto Gallina (Yamaha 750 4 cl), davanti a Gianfranco Bonera (MV Agusta 500 4 cl GP).

Spaggiari – altro gran manico italiano vincente ma … non troppo – è passato alla storia soprattutto per le sue 200 Miglia, specie la prima, quella del 1972, dominata per … 320 chilometri e persa a pochi metri dal traguardo a favore del compagno di squadra Paul Smart, per mancanza di benzina sulla sua Ducati 750. Un secondo posto che si ripeterà nell’edizione successiva del 1973, stavolta brillante scudiero di un incontenibile Jarno Saarinen, che purtroppo perirà insieme a Renzo Pasolini due settimane dopo nel terribile groviglio di Monza. Quindi, come scritto, l’addio alle armi del 1974.

Spaggiari chiude la sua brillante carriera in sella alle maxi moto di 750 cc, dopo stagioni con le 500, prima ancora con le 350 e 250, ma i suoi migliori acuti sono venuti in sella alle moto di 125 cc., classe nella quale coglie con la Ducati ufficiale desmodromica a Monza, al debutto nel 1958 fra i big, l’unica vittoria mondiale. Un trionfo per il pilota reggiano – e per la Casa bolognese che conquista addirittura i primi cinque posti – che pareva il preludio di una carriera ben più ricca di come poi si è svolta negli anni successivi.

Bruno, pilota tutto d’un pezzo e con i piedi per terra, non si era montato la testa. Ma, si sa, quando la sfortuna ci mette lo zampino, il trionfo annunciato sfuma e diventa un irraggiungibile miraggio. Nel 1958 Spaggiari aveva dominato il “tricolore” 125 con prestazioni maiuscole, dando paga anche ai due fuoriclasse della MV Agusta Carlo Ubbiali e Tarquinio Provini.

Sul circuito di Alessandria, il pilota della Ducati in testa alla corsa, cade fratturandosi la clavicola destra, incurante del dolore si rigetta nella mischia, riacciuffando sia Ubbiali che Provini e trionfando dopo una volata da incorniciare. Svenuto dopo il traguardo, Spaggiari vinse comunque il tricolore ma fu costretto a saltare tutti gli appuntamenti iridati della stagione, con il compagno di squadra Gandossi che perde poi il titolo iridato a favore di Ubbiali per una caduta nell’ultima curva all’Ulster. Quindi, a fine stagione, il grande rientro monzese e il trionfo al GP d’Italia.

La tenacia, la preparazione tecnica, la voglia di vincere di Bruno non vengono premiati nel 1959 con la Ducati verso il disimpegno agonistico e neppure nel 1960 passato alla MV al posto di Provini, alla Morini, anche perché a Cascina Costa decidono poco dopo di abbandonare la 125 e la 250. Spaggiari approda allora a Pesaro, insieme a Silvio Grassetti sulle Benelli 250 mono e 4 cilindri, rischiando molto, spesso a terra, pochi risultati. Quindi l’emigrazione in terra spagnola con belle vittorie con le Ducati e dal 1964 di nuovo in Italia sulle fide Ducati Desmo 250 e 350, moto stupende ma non certo competitive di fronte alle superfrazionate italiane e giapponesi, con partenze brucianti, splendide corse, molti podi e titoli italiani che all’epoca avevano grosso peso.

Spaggiari veniva dalla gavetta, povero in canna, debuttante nel 1953 nello squadrone Ducati, un protagonista d'acciaio nelle massacranti Gran fondo Milano-Taranto e Giro d’Italia. Chiamato per le sue doti alla guida delle Desmo ufficiali, inizia così per Bruno quella carriera di pilota professionista che abbiamo sopra tracciato.

Spaggiari è stato un pilota “tecnico”, ottimo stilista, meticoloso e certosino alla Provini, ma con la logica da volpe del “cinesino” Ubbiali, non disdegnando tuttavia giri al cardiopalma e gare alla baionetta, a volte concluse … a terra. Un corridore d’altri tempi, di forte tempra, inossidabile: forse doveva osare di più, non in pista, ma sulle sue scelte strategiche, nel passaggio fra una Casa e l’altra, in un motociclismo difficile, con le Case italiane al tramonto. Tanto di cappello, di fronte a un gentleman, a un pilota protagonista per 20 anni di un motociclismo che non c’è più.

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