Motomondiale, la “cultura” della preparazione psico-fisica del pilota

Battagliare pilotando moto di oltre 250 CV di potenza da 350 Kmh di velocità – con la frequenza cardiaca di oltre 180 battiti al minuto e con escursioni di tali frequenze molto ampie - impone un approccio adeguato, sia fisico che mentale.

Motomondiale, la “cultura” della preparazione psico-fisica del pilota

I primi test della nuova stagione agonistica 2019 sono vicini e quindi fervono i lavori nei reparti corse sulle nuove moto così come al contempo sale di tono la preparazione psico-fisica dei piloti. Ai tempi del motociclismo dei “pionieri” - fra le due guerre mondiali - o di quello de: “I giorni del coraggio”- dal 1949 agli anni ‘80 – i corridori privilegiavano il “manico” e il “cuore” prestando scarsa attenzione alla forma fisica e ancor meno a quella psichica.

La dicitura “cavalieri del rischio” rispecchiava quelle epopee dove il pilota era considerato uno “svitato” incurante dei pericoli data l’inesistenza della sicurezza per la pericolosità dei circuiti e dei mezzi. Per il pilota la cura del fisico non esisteva – qualcuno d’inverno si limitava ad andare … a caccia (per camminare) o a sgroppate in bicicletta o con la moto da… cross - così come non esisteva la cura dell’immagine e della comunicazione.

Negli ultimi anni, specie nel Motomondiale, il motociclismo è diventato sport “completo” dove anche la preparazione fisica, atletica e psicologica è diventata parte integrante del “pacchetto” tecnico-agonistico, componente essenziale per essere competitivi e raggiungere risultati eclatanti. Ciò perché il pilota, dato il tipo di gare “bollenti” e le potenze e velocità dei mezzi nonché la loro conformazione e aerodinamica (provare a infilarsi stesi su una Moto3….) è sottoposto a sollecitazioni e a pressioni enormi, non solo fisicamente.

Dato il dispendio di energie, la tensione emotiva e anche lo sforzo fisico, c’è un equilibrio precario fra forza, elasticità, potenza, resistenza fisica e mentale da adattare alle condizioni agonistiche e tecniche sempre in evoluzione.

Anche perché non si tratta di essere in perfetta forma per una gara ma per un lungo periodo che oramai va da febbraio a novembre: 10 mesi! Ragion per cui il pilota, per il proprio stato di eccellenza fisica e mentale, è assistito da uno staff di preparatori atletici e psicologi, coach ecc. tanto più indispensabili in uno sport sempre ad alto rischio, con cadute, riabilitazioni psico-fisiche ecc.

Il talento, la volontà, il rischiare, da soli non bastano per vincere gare e titoli mondiali per cui oggi c’è una “cultura” della preparazione atletica e mentale del pilota impensabile fino a pochi anni addietro. Il fai da te, per i piloti del Motomondiale, è stato sostituito da una impostazione di lavoro programmatica e scientifica sulla persona pari a quella che il Team produce sul mezzo da competizione.

Non sono pochi, oramai, i campioni che abbinano l’allenamento atletico di tipo extra motociclistico (alla pari di campioni di altri sport quali calcio, basket, nuoto, canoa, atletica, ginnastica, ciclismo, cross, triathlon ecc.) a pratiche prima impensabili quali diete alimentari dedicate personalizzate, training autogeno, meditazione, yoga. Pochi anni addietro nessun pilota sapeva cosa sono le “energie disperse”, ad esempio la forza necessaria a mani e braccia sul manubrio o per piegare la moto ecc. Idem per le “energie sottratte”, quando cioè la tensione (ad esempio la bagarre negli ultimi giri in vista del traguardo) può togliere lucidità e forze proprio nel momento decisivo facendo la differenza fra la vittoria e la sconfitta.

Quando ci si gioca tutto nell’ultimo giro serve un cuore che pompa “benzina” riducendo il consumo, con lucidità mentale e potenza fisica adeguate alla situazione. L’obiettivo è l’ottimizzazione di se stessi in determinate condizioni (ad esempio nel giro alla morte per le qualifiche…) puntando al contenimento dello stress mentale e fisico per il massimo della prestazione nell’arco di tempo ridottissimo (un giro, una curva ecc.) o, all’opposto, di tempi molto lunghi, per l’intera stagione.

Se sul fisico del pilota, con fisioterapisti di alto livello e professionisti dell’alimentazione, è più facile lavorare – data la giovane età e la conformazione atletica – è sulla “testa” che oggi si concentra l’impegno dei professionisti di supporto (contenimento di ogni turbamento mentale, riduzione di ansia, preoccupazioni, instabilità emotiva ecc. il tutto con l’ausilio di strumenti elettronici quali sensori, risonanze magnetiche ecc.) ben sapendo che ognuno è diverso dall’altro, con personalità spesso opposte.

Il campione vincente, oltre al manico – cioè al talento naturale – è quello che “sente la responsabilità ma la domina, non si fa travolgere dagli eventi, vive la corsa “sopra i problemi”, senza affanno, limitando lo stress per se stesso e per la squadra. Sembra facile. Mike Hailwood, uno che se ne intendeva, diceva che bisognava arrivare in autodromo come se si accompagnasse un amico e bisognava presentarsi allo start con distacco, isolandosi, come se la cosa non lo riguardasse. Dopo, “Mike the bike” sul gradino più alto del podio, ritrovava la propria dimensione.

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