Amarcord, il “cruccio” di Provini per i suoi due titoli iridati. Perché Tarquinio disse “no” a Yamaha

12 anni fa se ne andava l’indimenticabile campione di Mondial, MV Agusta, Morini, Benelli

Un cruccio ce l’aveva Tarquinio Provini, pilota fra i più forti e più amati non solo in Italia, scomparso a Bologna il 6 gennaio 2005: quello di aver vinto “solo” due titoli iridati.

Quei titoli Tarquinio li conquistò dopo battaglie epiche in 125 nel 1957 su Mondial (c’erano Ubbiali, Sandford, Taveri, Miller, Chadwick, Gandossi, Ferri, Spaggiari ecc.) e in 250 nel 1958 su MV Agusta (sempre con il “cinesino” Ubbiali, Mendogni, Fuegner, Hocking, Hailwood, Taveri, Miller, Colombo ecc.), poi secondo nel ’59 in entrambe le categorie con una storica doppietta al TT inglese.

In seguito, fino al ko del TT nel 1966, Provini duellerà con altri giganti: Hocking, Hailwood, Mc Intyre, Masetti, Duke, Amm, Dale, Hartle, Minter, Tanaka, Perris, Robb, Torras, Redman, Read, Bryans, Phillis, Graham, Ivy, Degner, Liberati, Venturi, Grassetti, Milani, Villa, Bergamonti infine Agostini ecc.

Provini aveva conquistato, dal 1954 al 1965, anche ben 11 titoli italiani (quando… pesavano), superato poi solo dai 16 titoli tricolori di Giacomo Agostini. In questa ricorrenza a 12 anni dalla scomparsa, non ripercorriamo la lunga e prestigiosa carriera di Provini più volte ricordata anche su Motoblog.

“Rispetto a chi ha collezionato tanti titoli mondiali – chiosava Tarquinio – io sono… nessuno. Ma è davvero questo il metro di misura per valutare un pilota?”. Enzo Ferrari considerava Stirling Moss e Gilles Villeneuve fra i piloti più forti in assoluto e nessuno dei due aveva vinto un mondiale. Comunque, quella di Provini non era invidia o rivalsa verso i suoi avversari ma forse un’ultima… stilettata a chi – come il suo acerrimo “nemico” Carletto Ubbiali – di titoli ne aveva conquistati ben nove, pur se meritatamente.

Ma chi – come l’estensore di queste note – ha visto per anni gareggiare dal vero Provini, inimitabile per stile e audacia nonché per sensibilità tecnica e intelligenza tattica, dà un peso “relativo” alla conta dei titoli iridati serbando il ricordo di un fuoriclasse di diritto fra i big nel firmamento del motociclismo mondiale di tutti i tempi e di un uomo aperto, cordiale e di grande umanità.

A fine anni ’50 Provini e Ubbiali – accendendo ovunque la passione e la fantasia degli appassionati – emularono la rivalità di Coppi e Bartali nel ciclismo del dopoguerra e Tarquinio – ritiratosi a soli 31 anni l’avversario bergamasco 9 volte iridato – si ripeterà poi per quattro stagioni, dal 1963 al 1966, con l’astro nascente Giacomo Agostini proiettando il motociclismo nell’era moderna.

Anche per questo il fuoriclasse piacentino di Roveleto di Cadeo è da considerarsi – con il suo talento, il suo modo di correre alla garibaldina, il suo carisma – un antesignano forgiando il “campione-personaggio”, un indomito “guerriero” dal fiero cipiglio sempre pronto per la battaglia che verrà dopo. In quell’epoca del motociclismo dei “giganti”, costellata di gloria e di lutti, nell’immaginario collettivo degli aficionados Tarquinio, prima “ufficiale” su Mondial ed MV Agusta poi su Morini e infine su Benelli, è sempre stato visto come Davide contro Golia, capace di ribaltare pronostici negativi, di raggiungere traguardi ritenuti impossibili, di piegare avversari considerati imbattibili.

Solo la sfortuna lo privò di almeno un titolo iridato nel 1959 e solo per circostanze sfavorevoli (ad Assen trascinato a terra dalla caduta di Tommy Robb, a Suzuka debilitato dal febbrone per l’otite ecc.) e per… assurde banalità burocratiche (forfait del GP di Germania Est per il mancato visto sul passaporto ecc.) perse per un niente il mondiale del 1963 con la Morini. Fu Tarquinio il vincitore “morale” di quella stagione, l’ultima storica sfida del campione emiliano, l’ultima battaglia nella quarto di litro dell’industria italiana per fermare i colossi del Sol Levante che dalle piccole e medie cilindrate passeranno in breve a dominare l’intero Motomondiale.

Tarquinio capì che il monocilindrico 250 (anche quello straordinario della Morini) non aveva più chances rispetto alle moto Grand Prix spinte dai propulsori super frazionati e dopo Suzuka accettò l’offerta di passare alla Benelli dove rigirò come un calzino la duemmezzo 4 cilindri già di Silvio Grassetti rendendola altamente competitiva e vincente, fino all’obiettivo finale del titolo mondiale raggiunto nel 1969 con l’australiano Kel Carruthers. Pochi sanno che Provini fu il primo corridore italiano a essere richiesto da una Casa giapponese: la Yamaha infatti lo voleva per la sua 250 2 tempi ma il campione italiano declinò la preziosa offerta. Il motivo? Tarquinio, oltre che grande pilota era un tecnico raffinato cui piaceva “sporcarsi le mani”, cioè lavorare attivamente – con i tecnici del reparto corse – allo sviluppo della moto con la quale correva. Ben sapeva che ciò sarebbe stato impossibile con la Yamaha la cui filosofia – al pari delle altre Case giapponesi – era molto diversa da quella italiana basata sulla collaborazione stretta fra pilota e tecnici e sul lavoro … artigianale, per altro preziosissimo, oltre che vincente.

Il gravissimo incidente nell’agosto 1966 al TT dell’isola di Man tarpò le ali a Tarquinio 33enne e – almeno temporaneamente – allo sviluppo della Benelli, non solo della 250 ma della nuova 350 “4” di cui l’asso piacentino aveva intuito il grande potenziale, poi dimostrato in pista da Renzo Pasolini e da Silvio Grassetti. Provini era un duecentocinquantista nato, amava la 250 considerata l’essenza tecnico-agonistica dell’equilibrio nel motociclismo da corsa. Come dargli torto?

Ricapitolando: due volte Campione del Mondo, undici volte campione d’Italia dal 1954 al 1965 quando il tricolore valeva quasi un mondiale, 20 gran premi vinti, una infinità di podi e di giri record sulle piste di tutto il mondo, un grande del Motogiro dove trionfò nel ’54, il “Re” del circuito del Santerno di Imola ecc.: ma titoli, coppe e medaglie non sono in grado di tradurre il valore di un pilota come Tarquinio, un mito.

Scriveva Ezio Pirazzini: “Tarquinio, nome di uno dei sette Re di Roma, calza proprio a pennello in quel tipo di lineamenti molto marcati, dal naso aquilino e dai capelli neri e ricciuti. Provini ha reso celebre questo nome in maniera rapida e sorprendente. … Il centauro piacentino si affrettò a calzare gli stivali delle sette leghe per giungere in fretta al traguardo della notorietà. Classe ed irruenza erano le doti naturali che favorivano la sua ascesa”. Già. Grazie, Tarquinio!

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