MotoGP, Valentino Rossi e il fattore “C”

MotoGP 2015 – Si può davvero parlare di fattore “C” quando si tratta di Valentino Rossi?

Domenica si corre a Phillip Island la prima delle ultime tre gare della MotoGP 2015, decisive per l’assegnazione del titolo iridato fra Valentino Rossi e Jorge Lorenzo. Prima della sfida in pista c’è, fuori, il tira e molla delle battute, la cosiddetta sfida psicologica.

Lorenzo alza la voce: “Le vincerò tutte e tre io”. Rossi rilancia: “Lui non farà tre volte primo, come io non sarò tre volte secondo: un ruolo decisivo lo giocheranno gli altri piloti”. Già, per primi Marquez e Pedrosa. Quest’ultimo, galvanizzato dal gradino più alto del podio a Motegi, dice che: “Il mondiale non è chiuso perché si può pensare di vincere il sabato per poi perdere la domenica”.

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Come dire, tutto può accadere. Come sempre nel motociclismo. Tant’è che Mike Hailwood ripeteva: “Vince chi passa per primo sotto la bandiera a scacchi”. E vince uno solo. Ma vince il pilota più bravo o quello più fortunato? Perché anche a Motegi non sono stati pochi i super critici di Valentino Rossi nel definirlo ancora una volta baciato dalla fortuna? E’ così, o no?

Nel motociclismo conta poco, ad esempio, il fattore “c” (minuscolo) – il campo – spesso addirittura decisivo nel calcio, mentre è fondamentale il fattore “M”, il mezzo, perché senza la moto adeguata non si vince. Conta molto anche il fattore “T” (testa), il fattore “M” (la motivazione), il fattore “S” (soldi, specie all’inizio) e altri fattori che lasciamo alla fantasia degli appassionati. Indubbiamente il fattore “C” (maiuscolo) pesa e ci riferiamo al “didietro”, in altre parole alla dea bendata.

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Enzo Ferrari diceva che: “La fortuna e la sfortuna non esistono”. Però il Drake aggiungeva: “Fra due piloti dello stesso valore scelgo quello più fortunato”. Nel motociclismo le cadute e gli inconvenienti tecnici fanno parte del gioco. Oggi le cadute (prove e corse) non sono diminuite rispetto al passato anche se quasi sempre sono meno pesanti le conseguenze grazie soprattutto alla maggior sicurezza dei circuiti, alle medie sul giro più basse di un tempo (pur se le moto dispongono di maggiori potenze e velocità di punta), alle moto tecnicamente più affidabili, con l’elettronica anche troppo presente. Tutti i piloti cadono, con maggiore o minore frequenza. Sono le conseguenze di una caduta – lievi o tremendamente pesanti – che permettono di definire un pilota fortunato o meno. Perché nessun pilota, a livello della attuale MotoGP, cade perché è meno capace di un altro. La fortuna è quella che ti permette di risalire in moto indenne la domenica in gara dopo un volo pauroso nelle qualifiche del sabato. La sfortuna è quella che ti fa gareggiare malconcio perché ti sei fratturato in allenamento in… bicicletta. La sfortuna è cadere nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, quando magari ti giochi la vittoria di una gara o addirittura un campionato. A quanti piloti è accaduto?

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Un solo esempio: nel 1969 Renzo Pasolini perde il titolo mondiale della 250 perché volendo sfidare Agostini (MV Agusta), con la nuova Benelli 350 cade in prova ad Hockenheim fratturandosi la clavicola. Ci sono decine di esempi come questi, prima e dopo.

Valentino Rossi, è vero, è uno dei piloti più “sicuri”, poche cadute e soprattutto lievi conseguenze. Forse, al di là di una indubbia capacità, è solo questione di fortuna, quanto meno rispetto alle conseguenze di tali cadute. Ma non c’entra niente la fortuna di Valentino nella … sfortuna altrui, cioè se i suoi più diretti avversari ruzzolano a terra e si fanno pure male. Quel che è accaduto domenica a Motegi (e anche altre volte non solo in questa stagione) – cioè conquistare un ottimo piazzamento addirittura recuperando e superando Lorenzo suo principale avversario nella corsa al titolo – non riguarda i favori della dea bendata ma l’imprevedibile evoluzione della corsa, in questo caso dovuta al mutamento delle condizioni della pista, per la diversa intensità della pioggia.

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Quel che Rossi ha saputo fare si chiama capacità di gestione in tempo reale nei cambi ripetuti e repentini della situazione. Ciò capita spesso anche in gare di altri campionati, non solo mondiali, come nell’ultimo Civ al Mugello. L’abbiamo già detto che oggi, molto più del passato, non conta (solo) il coraggio al limite dell’audacia e il gran cuore per le battaglie mozzafiato – oltre la classe, l’esperienza ecc. – ma contano l’intelligenza, la freddezza e il calcolo, conta una forte capacità e sensibilità umana e tecnica per gestire le tecnologie di un mezzo complesso come una MotoGP (ad esempio l’arcinoto Traction Control), una qualità nel definire l’assetto ottimale della moto in determinate condizioni di pista che permette al pilota di girare in tempi più bassi e con minori rischi, usurando meno le gomme ecc.

Anche Rossi ha sbagliato e sbaglia, ma ha sbagliato e sbaglia meno di altri. E sono i risultati – che mai vengono a caso se si ripetono per così tante stagioni – a dimostrarlo. Torniamo a Mike Hailwood: “Il pilota che vince è quello che ha saputo meglio degli altri arrivare al punto-limite di se stesso e del proprio mezzo”. Ecco. Ci ripetiamo. Rossi non è un superman, ma è indiscutibile la sua classe e la sua volontà di restare protagonista: la sua forza – un vero e proprio valore aggiunto – è quella di “contestualizzare”, cioè soppesare la situazione nell’evolversi della corsa, cercare ogni volta il punto debole degli altri, dare in quel momento che conta tutto se stesso, per ottenere il massimo possibile.

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La tattica da guerriglia si salda con la strategia soft, attendista: correre alla giornata, spremere tutto il possibile in ogni week end, fare di ogni corsa una storia a sé, togliendosi di dosso (psicologicamente) il fardello del mondiale, mirando più in basso, ma da gran protagonista, sgretolando le certezze agli avversari. Nella speranza del “colpaccio”, difficile ma non impossibile. La vera forza di Rossi è la sua capacità di divertirsi, di reinventarsi, con un meticoloso e instancabile lavoro tecnico e psicologico, contagioso per tutti, un valore aggiunto per se stesso e per il suo Team, una grande “grana” per i suoi avversari. E’ in questo modo che Valentino spesso passa da qualifiche mediocri a corse esaltanti. Altro che “gommina” della domenica!

E’ così, per proprie qualità e (anche) per limiti dei suoi principali avversari (loro sì, qualche volta sfortunati…) che si arriva al terzultimo appuntamento stagionale in forte vantaggio in classifica a caccia del titolo numero 10. Tutto ciò senza nulla togliere a Lorenzo e a Marquez, due fuoriclasse, straordinari campioni, degnissimi avversari del “Dottore”. La rivalità fra tre grandi assi quali sono Rossi, Lorenzo, Marquez fa bene al motociclismo. Da italiani non può non inorgoglire la bandiera tricolore che sale sul pennone più alto. Ma vinca il migliore, sperando che la due bendata resti in disparte. E sapendo che, sempre, ride bene chi ride ultimo.

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