Motomondiale, e gli italiani?

Quest’anno, in ben sei Gran Premi (Americhe, Francia, Rep. Ceca, Gran Bretagna, San Marino, Aragon) i corridori italiani sono rimasti a bocca asciutta non salendo sul primo gradino del podio in nessuna delle tre classi iridate

Sul cielo catalano di Aragon, così come sette giorni prima su quello romagnolo di Misano, il nostro “Tricolore” è rimasto afflosciato e le note dell’inno di Mameli sono state solo un ricordo perché nessun pilota italiano ha vinto: né in MotoGP, né in Moto2, né in Moto3. Fin ora, quest’anno, in ben sei Gran Premi (Americhe, Francia, Rep. Ceca, Gran Bretagna, San Marino, Aragon) i corridori italiani sono rimasti a bocca asciutta non salendo sul primo gradino del podio in nessuna delle tre classi iridate. Questo è lo specchio di una situazione in cui la articolata e potente “macchina da guerra” tricolore è ben presente in tutte e tre le classi ed è competitiva ma va a corrente alternata, rischiando quest’anno di non vincere neppure un titolo iridato, forse nemmeno quello della Moto3, con (ancora) in testa Dalla Porta, pur se per soli due punticini su Canet. Vincere gare e mondiali non è facile – mai lo è stato – fatto sta che i nostri pur validissimi piloti e i nostri pur attrezzatissimi Team, non sono privi di limiti, peccando a volte di presunzione, sottovalutando gli avversari, tralasciando l’antico adagio: “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”.

Tanti gli esempi che si possono fare in riferimento a questa stagione: in MotoGP la corazzata delle Rosse annunciata con il duo Dovi-Petrux come “castigamatti” poi sempre più impotente di fronte al binomio-tsunami Marquez-Honda e in affanno anche rispetto a una concorrenza sempre più agguerrita e numerosa (oltre a Honda, Yamaha e Suzuki, presto Ktm e Aprilia); di Rossi tutto è stato detto. In Moto2, dopo l’inizio travolgente di Baldassarri e gli annunci roboanti su altri (Marini ecc.) un proseguo incerto e un finale che pur con attese performance di Di Giannantonio, Bastianini&C non promette niente di buono. In Moto3 idem con patate, in una categoria di grande interesse perché per antonomasia dei “giovani leoni”, quindi quella dove si coltiva il futuro. Ogni categoria e ogni pilota fa storia a sé, tuttavia il succo è questo sopra tracciato, una realtà dove gli italiani sono presenti in forze, sono anche competitivi nelle singole gare ma in definitiva, pur vincendo qualche battaglia, poi perdono la guerra. Nessun italiano ha vinto ancora il “bollente” agonisticamente ma tecnicamente piatto Mondiale Moto3. In una Moto2 “monomotore” e forse qualitativamente meno esaltante di come viene dipinta per esigenze extra sportive, abbiamo vinto nel 2018 (Bagnaia) e nel 2017 (Morbidelli) rischiando adesso di ingolfarci (o impantanarci). In MotoGP, con il 2019 marcato Marquez (e otto!), sono 10 anni (dieci anni!) che gli italiani rincorrono gli altri (spagnoli con l’eccezione del canguro Stoner nel 2011 e 2007 e dell’americano Hayden nel 2006) certi che sia sempre l’anno buono ma poi sono sempre gli altri a portare a casa la corona iridata.

L’ultimo “tricolore” iridato MotoGP è stato Valentino Rossi (Yamaha) nel lontano 2009, il primo in assoluto a fregiarsi del titolo MotoGP (2002 su Honda), l’ultimo a vincere il Mondiale 500 (2001 su Honda NSR), ben 19 anni dopo del successo iridato di un italiano nella classe regina: Franco Uncini nel 1982 (Suzuki) seguito al titolo dell’anno precedente di Marco Lucchinelli, sei anni dopo l’ultimo casco iridato di Agostini nel 1975 (Yamaha). Va ricordato che Agostini vinse il suo primo titolo 500 (MV Agusta) nel 1966, nove anni dopo il trionfo iridato di Libero Liberati (Gilera). 14 anni passarono dal titolo mondiale 250 di Carlo Ubbiali (MV Agusta) del 1960 a quello di Walter Villa (H-D Aermacchi) del 1974 e altri 14 anni passeranno dal titolo 250 di Mario Lega (Morbidelli) del 1977 a quello di Luca Cadalora (Honda) nel 1991. Potremmo continuare. A una visione superficiale, si potrebbe dire: niente di nuovo! E no! Per decenni, dopo il forfait delle Case italiane di fine ’57, i nostri piloti non vinsero titoli mondiali perché in sella a moto inferiori a quelle degli avversari. Quando nel Motomondiale (1959) arrivò il ciclone Honda aprendo l’epopea delle Case giapponesi, agli italiani furono sempre preferiti piloti di lingua inglese: non perché i nostri fossero inferiori ma perché espressione di un Paese che ancora tentava di reggere l’urto dell’industria nipponica. Con l’ingaggio di Agostini alla Yamaha nel 1975 cadde questo tabù. Oggi (da anni) non è più così e i piloti italiani dispongono di moto e Team competitivi al massimo livello in tutte e tre le categorie. Allora? Allora qualche domanda bisognerà pur porsela. Prima o poi.

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