SBK, Bautista-Ducati, quel mondiale “buttato”. Di chi la colpa?

Ma il mondiale l’ha perduto Bau-Bau...


Ragionando a freddo, Portimao, con il 2 a 1 fra Rea e Bautista, conferma quel che già si sapeva. Che cioè il nordirlandese della Verdona fila diritto senza sbavature verso il suo quinto titolo mondiale consecutivo (scusate se è poco!) e che lo spagnolo della Rossa questo mondiale lo ha buttato via lui. Di Rea abbiamo già detto tutto: del suo talento, della sua determinazione, della sua volontà di non mollare mai e mai darsi per battuto, mettendo al suo avversario una continua pressione tale che, come è accaduto in questo caso con Bautista, alla fine risulta decisiva e vincente anche quando dopo il primo terzo di campionato nessuno o pochi ci avrebbero scommesso un dollaro bucato. Tanto di cappello a Rea, tanto di cappello alla Kawasaki che mai ha avuto dubbi sul suo pilota e sempre a testa bassa, tenendo unita e motivata tutta la squadra, ha saputo reagire ribaltando una situazione più che compromessa, apparentemente impossibile. Insomma, un pilota così, una Casa così, un Team così fanno la differenza e alla fine hanno fatto la differenza. Bravi!

Sull’altro fronte, Ducati, facendo giustamente debuttare la sua inedita V4 - moto di grande potenziale e di grandi risorse non però priva di limiti - ha commesso errori tattico-strategici in ottica di campionato e anche nella gestione piloti, in primis nella gestione di Bautista, sia nel suo momento più alto e sia nel suo momento più basso. Dopo il filotto di trionfi iniziali, a Borgo Panigale e dintorni si sono fatti prendere la mano sopravalutando il loro potenziale (moto e pilota ritenuti imbattibili…) e sottovalutando il potenziale e la possibilità di recupero del principale binomio avversario? Comunque, Bautista non era un extraterrestre prima inanellando vittorie per distacco a ripetizione e non era un brocco dopo con svarioni, cadute, sconfitte a ripetizione. Certo che il mondiale l’ha perduto Bau-Bau: con una arroganza e una supponenza in corsa e in ottica di campionato a dir poco autolesioniste, comunque inammissibili per un pilota che viene dalla MotoGP, con esperienze quantitativamente e qualitativamente apprezzabili. Evidentemente, salire sugli altari, così prepotentemente e rimanerci gara dopo gara, gli avrà dato alla testa, privandolo di quell’equilibrio fondamentale per vincere non solo una battaglia o più battaglie, ma la guerra.

Allora? Nelle corse, si sa, serve il mix vincente con il pilota-moto-team più veloce (sul giro) e più costante in gara e in campionato. Qui anche a Portimao, specie in Gara2, si è vista la Rossa di Bautista “volare” sul dritto ma annaspare altrove. Non conta tanto la velocità di punta ma la lancetta del cronometro. Anche se la velocità di punta non è solo data dalla potenza del motore ma anche (o soprattutto?) da un mix composito fra staccata, ingresso curva, percorrenza, uscita dove, ovvio, il pilota ci mette del suo e può fare anche la differenza. La moto perfetta non c’è. Ma la moto superiore (pro tempore) può esserci. Il pilota perfetto non c’è. Ma il pilota più forte e più competitivo (pro tempore) c’è. Qui, ancora una volta e non solo in Sbk, qualcosa in Ducati non è andato per il verso giusto. Servirà da lezione? Sì, se a Borgo Panigale c’è la capacità di una analisi – in profondità e con umiltà – sulle cause che producono questa situazione dove al gran potenziale non corrisponde il gran risultato che resta sempre la conquista del titolo mondiale. Conclusione, per ora. Bautista, via da Ducati, perde una Casa e una moto potenzialmente vincente e non sarà facile per lui nel 2020 bissare (almeno) quanto fatto di buono nel 2019 in sella alla Rossa. Ducati, d’altra parte, perde comunque un bel manico, e potrebbe pentirsi di esserselo fatto scappare anche perché il sostituto Scott Redding deve dimostrare con i fatti di essere davvero quel che la Casa bolognese cerca, cioè il pilota sì veloce, ma soprattutto coi piedi per terra, senza grilli per la testa, costante e vincente.

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