Piloti e ingaggi: ma non sono tutti “Paperone”…

Nei campionati nazionali ed in alcuni casi anche in quelli mondiali, i piloti, direttamente, o indirettamente, pagano per correre!

Ieri abbiamo pubblicato la classifica dei piloti più pagati in MotoGP, dal number one Jorge Lorenzo (12,5 milioni di euro) a Scott Redding, che con i suoi 150 mila euro chiude al 14esimo posto, fanalino di coda. Va detto che a queste cifre ogni pilota aggiunge poi, alcuni moltiplicando l’ingaggio, le entrate da sponsor personali, i premi ecc. E tutti gli altri piloti della MotoGP, della Moto2 e Moto3, della Superbike, del CEV, del CIV ecc.? Non è dato sapere.

Movistar Yamaha MotoGP's Italian rider Valentino Rossi gestures in the team's garage during the first day of 2017 MotoGP pre-season test at the Sepang International Circuit on January 30, 2017. / AFP / MANAN VATSYAYANA        (Photo credit should read MANAN VATSYAYANA/AFP/Getty Images)

Siamo in un ginepraio dove è davvero difficile districarsi. Un dato è certo. La grande maggioranza dei piloti a livello internazionale e nazionale paga per correre anche se tutti sono piloti “professionisti”, cioè corrono “per mestiere” o a tele obiettivo ambiscono. Nessun pilota (e nessuna Casa e nessun Team) corre per partecipare: tutti corrono per essere competitivi, con l’obiettivo di vincere e anche di guadagnare.

Il motociclismo resta sport complesso e costoso, con bilanci a due voci: entrate e uscite. Questi conti devono quadrare. Altrimenti addio corse! La passione c’è ed è la molla per iniziare l’avventura delle corse, poi questa spinta entra via via e sempre più in un meccanismo che domina tutto l’ambaradan: il business!

Dall’era Dorna il Motomondiale è – al pari di altri grandi sport – uno show-business e i campionati minori internazionali e nazionali non possono far altro che imitare – per lo più senza riuscirci – quel che avviene nel mondiale, raccogliendo però (parliamo soprattutto dei piloti) solo briciole, il più delle volte solo montagne di debiti.

Negli anni dal dopoguerra fino alla gestione Dorna i pochi (fortunati) piloti ufficiali delle grandi Case percepivano ingaggi minimi di non molto superiori allo stipendio di un impiegato della stessa azienda. Tutti gli altri ricevevano una “diaria” gara per gara, insufficiente anche a sostenere le spese delle trasferte. Tutti correvano per un applauso, per poter essere cinti dalla corona d’alloro.

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Oggi sono pochi i “Paperoni” che vivono al pari di star consacrate, ma tutti gli altri – come detto – devono sostenere costi ingentissimi, ben superiori a quelli dei corridori “privati” del passato. Il motociclismo show-business è diventato un triangolo con una base larghissima (pagata da chi corre o da chi per loro), base oggi che inizia con i corridori-baby ben sotto i 10 anni e con i genitori che si svenano illusi che il proprio pargolo possa poi emulare (anche come guadagni!) un … Valentino Rossi, e un vertice molto ristretto di cui pochissimi sono i beneficiari. La distanza fra passione e business diventa così sempre più labile con il motociclismo dominato dal marketing, dai diritti televisivi, dallo sponsoring, da mercati monopolizzati, in una giravolta di interessi economici non del tutto trasparenti e comprensibili. Chissà con precisione quanto costa un Team del Motomondiale? Chissà quanto guadagna?

KUALA LUMPUR, MALAYSIA - FEBRUARY 01: Maverick Vinales of Spain and  Movistar Yamaha MotoGP speaks with journalists during the MotoGP Tests In Sepang at Sepang Circuit on February 1, 2017 in Kuala Lumpur, Malaysia.  (Photo by Mirco Lazzari gp/Getty Images)

In tale quadro, anche il motociclismo odierno, quello del mercato globale – al pari del calcio ecc. – non è più solo sport ma uno strumento per promuovere il business, una macchina da soldi. Anni addietro c’erano imprenditori che solo per passione sborsavano soldi per sostenere un Team o un pilota. Oggi non esistono più i mecenati. Lo Sponsor, attraverso l’immagine del campione, sfrutta il veicolo della pubblicità. Paga il grande campione per ricevere tanta pubblicità. Ecco perché oggi il corridore-baby non sogna solo di diventare un idolo acclamato ma di intraprendere una carriera con guadagni da capogiro. Quasi sempre è solo una illusione con le delusioni conseguenti. Ci sono sport dove girano ancora più soldi e dove campioni guadagnano molto di più degli assi del motociclismo. Nessuna demonizzazione, per carità, perché questa è la legge dello sport show-business.

KUALA LUMPUR, MALAYSIA - FEBRUARY 01:  Andrea Iannone of Italy and Team Suzuki ECSTAR speaks with journalists during the MotoGP Tests In Sepang at Sepang Circuit on February 1, 2017 in Kuala Lumpur, Malaysia.  (Photo by Mirco Lazzari gp/Getty Images)

La medaglia ha sempre due facce. Questo motociclismo ha molti limiti ma vanno apprezzati anche gli aspetti positivi, ad esempio quelli relativi alla maggiore professionalità delle corse, alla sicurezza, e una più estesa e incisiva comunicazione internazionale, di grande qualità, che ha reso il motociclismo sport di massa ben oltre i confini – “nobili” ma angusti – dei soli appassionati.
Certo, oggi ci si può anche scandalizzare per i contratti milionari (in euro, dei vari Rossi, Marquez, Lorenzo ecc.). Nel 1979 Niky Lauda, passato dalla Ferrari alla Brabham motorizzata Alfa Romeo, si mette in tasca 3 miliardi di vecchie lire, oltre una montagna di benefits. Chi li tirò fuori? Parmalat e Marlboro. Mecenati? No, semplicemente investitori: pago dieci per avere almeno cento. Nel 1980, in F 1, un solo minuto di inquadratura del marchio in tv valeva 500 milioni di lire come ritorno pubblicitario.
Oggi in MotoGP vale 10 volte tanto. Una vittoria di Rossi&C in MotoGP porta ogni volta oltre 10 mila testate di quotidiani e settimanali nel mondo a pubblicare servizi con i “suoi” marchi-sponsor.

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E’ in base al grado di capacità di produrre pubblicità a favore dello sponsor che si soppesa il valore economico della sponsorizzazione. La sponsorizzazione non è un atto di mecenatismo ma una operazione economica di natura commerciale e più specificatamente un investimento pubblicitario e di immagine. Oggi con i nuovi medi e le nuove tecnologie della comunicazione tutto questo è moltiplicato. Uno sport globale e professionistico come è oggi il motociclismo richiede grandi investimenti che si trovano solo grazie alla pubblicità, cioè agli sponsor. Non si possono spendere milioni e milioni di euro (o dollari) per semplice passione sportiva.

Chi l’ha fatto ha portato le aziende al fallimento. E gli sport che non si sono adeguati sono via via scaduti al rango di sport “minori”, di fatto quasi scomparsi. Ribadiamo quanto già scritto su Motoblog: “tra sport puro, sport spettacolo e spettacolo puro, il grande pubblico vuole lo sport-spettacolo. Lo sport puro senza show non piace né al campione né allo spettatore. Uno sport senza pubblico (in circuito e davanti alla tv) finisce per diventare solo un esercizio che può essere considerato quale pratica personale dello sport. Ecco. Qui siamo. Ma – si dirà – allora tutto ruota attorno ai soldi? Diciamo solo che, così – lasciando tutto al libero gioco del “mercato” – il punto di “rottura” non è lontano”. Troppo pochi guadagnano tanto e troppi, niente.

Vignetta | Luca Ruggeri

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