SBK Imola: Davies (Ducati), “doppietta” da incorniciare. Rea e Sykes (Kawasaki) in difesa

Davies e Ducati mandano in visibilio i fan sugli spalti del mitico saliscendi del Santerno con una splendida e perentoria doppietta

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Se la vittoria è l’obiettivo massimo di ogni pilota e di ogni Casa, il trionfo è la sua sublimazione. In questo caso, la nuova splendida e perentoria doppietta Sbk di Chaz Davies e della Ducati a Imola (l’altra doppietta 2016 è quella di Aragon) trasforma il successo in un trionfo capace di mandare in visibilio i fan sugli spalti del mitico saliscendi del Santerno accendendo i sogni per un nuovo titolo mondiale che non è più un miraggio.

Già. La musica è cambiata. I tempi in cui le Kawasaki (prima con Sykes poi con Rea) facevano il buono e cattivo tempo, dominando, lasciando agli altri solo le briciole, appaiono oggi davvero lontani, con la Ducati capace – grazie anche al mastino schiacciasassi Chaz Davies – di scrivere un’altra storia.

Non è tanto una questione di numeri (il campionato vede ancora in testa Rea con la “verdona” che però è costretto sulla difensiva, a cedere – pur difendendosi con i denti – dieci preziosi punti) o di vittorie (nei primi dieci round Jonathan è salito cinque volte sul gradino più alto del podio contro le quattro di Chaz) ma di tendenza. Il vento ha cambiato direzione.

Il gallese della Ducati ha piegato non uno qualsiasi ma il più forte pilota oggi in Sbk, Rea, vincitore a Imola cinque volte, di cui le ultime quattro volte una in fila all’altra, un campione che sul Santerno le ha provate tutte, commettendo anche diverse sbavature perché… “impiccato”.

La Ducati ha in Davies il pilota che serviva e ha trovato sul piano tecnico la strada giusta: lo sviluppo in atto paga, capace di colmare il gap ancora pesante ad inizio stagione, offrendo a Davies una moto “su misura”, all’altezza, oramai, in ogni circuito, come dimostrano le ultime tappe di Aragon, Assen, Imola, tre circuiti diversi fra loro, tutti e tre di non facile interpretazione sia per il mezzo che per il pilota.

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Il pesante divario fra i due piloti ufficiali delle “Rosse” dimostra quanto resta importante il ruolo di chi guida, come Davide Giugliano - dopo i pesanti incidenti del 2015 - fatichi a trovare il bandolo della matassa in grado di riportarlo sul passo del tris di testa, come invece Davies abbia raggiunto la piena maturità tecnico-agonistica e la consapevolezza di essere pronto senza sudditanze di sorta per riportare a Borgo Panigale quel titolo iridato che nelle ultime stagioni pareva una chimera.Niente è automatico e niente è già scritto. Ma niente è adesso impossibile.

In gioco non c’è solamente una doppietta sportiva prestigiosa come quella ottenuta con la forza a Imola o anche un titolo mondiale di grande valore, oggi - appunto - non più impossibile: c’è in palio la strategia tecnico-imprenditoriale di una importante azienda che dimostra sul terreno più probante – quello del mondiale delle derivate dalle serie – l’attualità e la bontà del suo “bicilindrico”, l’”immortalità” di un progetto che travalica la componente tecnica e commerciale diventando esso stesso il simbolo della Casa.

Ducati ha avuto il merito di non mollare, di credere possibile l’evoluzione del suo bicilindrico, di innovare nella continuità non per partecipare ma per tornare a vincere.

E i regolamenti? I regolamenti non favoriscono e non puniscono nessuno in particolare: fanno parte del gioco e se sono riconosciuti da tutti i partecipanti significa che, al di là delle strumentalizzazioni temporanee, stanno bene a tutti così.

Chi perde è più forte e chi vince è più debole. Oggi la ruota gira a favore di Chaz Davies, pilota davvero all’altezza del compito, e gira a favore della Ducati, cui si chiede solo di continuare così.

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