Rossi alla Yamaha, come Agostini 39 anni fa? E Nuvolari dalla Norton alla Bianchi ...

C’è chi lo considera solo un inutile e pallosissimo tormentone. Ma cambi di “casacca”, come questo di Valentino Rossi dalla Ducati alla Yamaha, non solo fanno parte del gioco delle corse ma fanno bene al motociclismo, riportano interesse a una MotoGP piatta, come la tempesta pulisce e ossigena il mare piatto.

Ora ci saranno anche qui su motoblog.it i soliti sapientoni che ci attaccano perché non insistiamo sul fallimento del matrimonio Rossi-Ducati e perché non ribadiamo che non è con queste mosse che si supera la crisi della MotoGP. Sono anni che siamo fuori dal coro, non apprezzando il motomondiale gestione Dorna. E siamo stati i primi, unici per molti mesi, fin dalla presentazione sulla neve di Madonna di Campiglio a criticare Del Torchio e soci che adulavano Rossi alla presenza dei piloti delle rosse, Stoner e Hayden.

Abbiamo scritto undici commenti (molto) critici su quello che è poi diventato il matrimonio per eccellenza del motociclismo, l’accoppiata Rossi-Ducati. Per tutta la stagione 2011 e fin qui, nel 2012, abbiamo contrastato l’amalgama non riuscita fra il pilota pesarese e la moto bolognese, spiegando fino alla nausea il perché: ma mai gettando fango sul nove volte campione del mondo e sulla grande Casa italiana cui abbiamo sempre riconosciuto il giusto valore.

Per chi non ha memoria, si ricorda che in tutte le epoche ci sono stati divorzi (con polemiche) fra piloti e Case e che nuovi accoppiamenti e/o ritorni hanno portato bene al motociclismo anche se non sempre ai diretti protagonisti.

Quando Tazio Nuvolari nel 1924 passò dalla Norton alla Bianchi, gli inglesi prima lo minacciarono, poi accorsero in massa ad applaudire i trionfi del mantovano volante sui circuiti del Lario e a Monza. Dorino Serafini, pesarese doc, fu costretto ad “emigrare” quando lasciò la Benelli per la Gilera, ma quando trionfò al Tourist Trophy e vinse il titolo di campione d’Europa (l’attuale mondiale MotoGP) della 500 con la quattro cilindri di Arcore, Dorino fu portato in trionfo a Pesaro e festeggiato persino dentro gli opifici della Benelli!

Potremmo fare molti esempi. Ci limitiamo a ricordare il divorzio più famoso prima di questo di oggi e cioè il doppio passaggio di Giacomo Agostini dalla MV Agusta alla Yamaha prima (alla fine del 1973), poi dopo due stagioni il ritorno alla MV (pur con le insegne privar).

Il 4 novembre 1973 (sei mesi prima erano morti a Monza Pasolini e Saarinen) scoppia la bomba: Ago (con 108 gran premi vinti) lascia dopo 10 anni la Casa di Cascina Costa e passa alla Casa dei tre diapason, per la prima volta un pilota italiano su una moto ufficiale giapponese! Il campione bergamasco aveva vinto con il bolide italiano il suo ultimo titolo iridato nella 350 ma era stato battuto dal compagno di squadra Phil Read nella 500.

“La nuova avventura mi alletta – disse Agostini – mi fa ritornare ragazzino. Non lo faccio per soldi, ma solo per piacere della sfida”. I veri motivi del divorzio erano altri: l’incompatibilità con Phil Read e le nuove Yamaha, cui solo la prematura morte di Saarinen aveva privato del titolo della 500. Oramai la superiorità tecnologica dei motori a 2 tempi era evidente, tant’è che Ago aveva aperto trattative anche con la Honda.

Sul piano umano la storia si era ripetuta: era stato Agostini a … “convincere” Mike Hailwood a passare nel 1966 dalla MV Agusta alla Honda, ora era Phil Read a spingere Ago nelle braccia dei giapponesi. La verità era però una sola: Agostini cercava nuovi stimoli. E troverà soldi, moto competitive e altri due titoli iridati.

Al netto di tutto, anche Valentino Rossi cerca nuovi stimoli. Riuscirà il pesarese nove volte campione del Mondo a bissare l’impresa del 15 volte iridato Giacomo Agostini? E la Ducati? Con le pive nel sacco. Per ora. E all’Audi tocca partire in salita.

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