Silvio Grassetti, una “lezione” anche per il motociclismo show-business. ecco perché

Silvio Grassetti, più volte dato per finito dopo incidenti anche gravi per gli scherzi della dea bendata, per quasi 20 anni si è sempre presentato al via in tutte le piste del mondo, da grande protagonista, mai domo, ma senza l’ossessione del numero uno.


Il motociclismo, ovvio, è figlio della società del suo tempo come ogni sport e come tutto e tutti, con quel che c’è di positivo e di negativo. Non è questa la sede per approfondimenti antropologici, nè culturali e sociali, ma è evidente che in questi anni vecchi principi etici e valori anche morali sono stati modificati se non travolti regnando la superficialità e il voler apparire, puntando ad essere sempre e comunque davanti a tutti. Lo sport, si sa, ha due facce, quella del barone De Coubertin: “l’importante non è vincere, ma partecipare” e quella di Enzo Ferrari: “Conta solo la vittoria".

Il secondo è il primo degli sconfitti”. Nel motociclismo, oggi, esasperata, vige la regola del Drake di Maranello: al primo va tutto, anche la memoria, è lui il vincitore, l’eroe, il resto è consolazione. Ciò – mancando il dono della misura - porta nell’atleta (nel pilota) a un falso senso di superiorità che sfocia per lo più in arroganza sviluppando una corazza di cartone, di essere il “migliore”, con gli altri ridotti a comparse su cui poter anche infierire, magari solo psicologicamente.

Ma il vincitore esiste perché c’è lo sconfitto. Diceva (in dialetto) il “mitico” driver pesarese oggi quasi 90enne in gran forma Paolo Campanelli al trionfatore-trionfante Giacomo Agostini: “Chi saresti tu, se non ci fossi io e se non ci fossero quelli come me?”. Grande verità. Chi arriva dietro è impegnato a recuperare e può riuscirci solo in un percorso di crescita e catarsi dentro il quale il pilota scopre i propri punti deboli rafforzandosi anche sul piano interiore. Chi vince, altresì, sa che il successo è il participio passato del verbo succedere. Lunedì la vittoria della domenica è già passata, per riconfermarsi vincitore si riparte da capo, non dando niente per scontato. "Vinciamo o perdiamo dentro di noi. I trofei scintillanti sui nostri scaffali non potranno mai vincere la partita di domani", dice John Wooden, aggiungendo: "Perdere, senza timore di cadere, se coraggiosamente abbiamo dato tutto. Perché cosa si può chiedere di più ad un uomo che dare tutto ciò che può. Dare tutto, non è tanto distante dal vincere".

L’ultimo fattaccio di domenica a Misano con protagonista Romano Fenati dimostra – fra l’altro – che l’atleta (in questo caso il corridore) non ha più la forza di sopportare la sconfitta e quindi esce dal … seminato perdendo non una gara ma rischiando di perdersi nella vita. Silvio Grassetti, l’ex campione pesarese che ci ha lasciato l’altro ieri 82enne, è un “pilota-emblema” (forse il più significativo) di una epopea del nostro sport (quello del motociclismo magistralmente definito da Ezio Pirazzini “I giorni del coraggio”) dove il pilota – in un contesto ad alto rischio causa la scarsissima sicurezza dei circuiti ecc. – correva dando tutto se stesso per primeggiare e vincere ma non “a tutti i costi”. In tal modo, anche il secondo classificato – e addirittura pure … l’ultimo – poteva godere della propria prestazione e del proprio risultato ricevendo l’applauso di tutti.

Perché a creare delusione e frustrazione non era tagliare il traguardo dietro un avversario ma il voler arrivare davanti – primeggiare e vincere – a tutti i costi. Silvio Grassetti, classe 1936, è stato un vincente (vice campione del mondo 350 dietro ad Agostini MV, 4 titoli tricolori 125, 250, 350, 500, vittorie e podi in gare mondiali e int.li, pilota ufficiale di ben 7 grandi Case, in lotta serrata con i più grandi assi di tutti i tempi) ma pilota “senza corona”, come altri campioni (Pasolini, Bergamonti, Parlotti, Pagani, Milani, Herrero ecc. di una epopea quando un fuori pista comportava pesanti conseguenze, anche mortali.

Silvio, che pure era ardimentoso fino all’audacia, in pista coniugava la grinta da guerriero con lo stile da fiorettista e fuori pista restava un inguaribile “buono”, leale, generoso e riservato, uno schietto gentleman Made in Italy. Silvio non ha vinto il mondiale ma non è stato mai un perdente perché ha sempre lottato in pista da leone, e negli ultimi anni allo stesso modo anche contro la malattia. Il perdente non è chi perde, ma chi non ha nessun interesse a vincere, chi desiste.

Il primo può perdere anche 100 gare ma prima o poi ne vincerà una, il secondo invece non si presenta alla partenza! Silvio Grassetti, più volte dato per finito dopo incidenti anche gravi per gli scherzi della dea bendata, per quasi 20 anni si è sempre presentato al via in tutte le piste del mondo, da grande protagonista, mai domo, ma senza l’ossessione del numero uno, fiero di essere quello che era: un campione in pista e fuori, rispettato dagli avversari, amato dagli appassionati di tutto il mondo. Sì, la sconfitto suscita rispetto, il perdente commiserazione. Una lezione anche per oggi per questo motociclismo show-business.

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