Checco Costa, la "bacchetta magica" del circuito di Imola e delle 200 Miglia

Checco CostaNon è vero, come da tempo inenarrabile si dice, che ogni 100 anni nasce un grand’uomo. Non lo è, quanto meno, nel motociclismo. Perché uno come Checco Costa, nato proprio 100 anni fa il 9 aprile 1911, resta assolutamente “unico”, per la sua umanità come uomo, la sua genialità di organizzatore, la sua passione per il motociclismo. Il dottor Francesco “Checco” Costa è l’emblema della capacità organizzativa del motociclismo italiano, il “principe del motociclismo mondiale”, la sintesi di una realtà culla del motociclismo, l’Emilia Romagna, appunto, che non è solo una espressione geografica, ma il cuore e l’anima stessa delle corse, dove da sempre si esalta il culto “de mutòr”.

Un destino beffardo (travolto nel 1988 proprio da una moto appena uscito di casa in bicicletta) cancellò la vita di un uomo cui il motociclismo deve mirabili intuizioni e straordinarie realizzazioni. Checco fu nel 1948 l’ideatore del circuito di Imola e poi per decenni il simbolo stesso dell’ autodromo Enzo e Dino Ferrari. Fu l’inventore dei mondiali di motocross al Castellaccio nel 1948 nella splendida cornice delle Acque minerali: lì via via passarono negli anni 50 e 60 astri quali gli svedesi Sten Lundin (campione del Mondo classe 500 – 1959 e 1961) e Bill Nilsson (campione del mondo classe 500 – 1957 e 1960), lo svizzero Albert Courajod, i tedeschi Otto Walz e Fritz Betzelbacker, gli italiani Emilio Ostorero (16 volte campione italiano con 353 vittorie), Lanfranco Angelini (7 volte campione italiano), Piero Coscia ecc.

Costa fu soprattutto l’organizzatore di manifestazioni memorabili “ad ingaggio” quali la “Coppa d’Oro Shell” (dal 1954 al 1971) e la “200 Miglia”, la “Daytona d’Europa” (prima edizione 23 aprile 1972), corse mitiche, dei veri e propri appuntamenti “unici” del motociclismo che valevano da sole un mondiale. Infine il mondiale ufficiale del settembre 1969, tolto per la prima volta a Monza, con conseguenti polemiche e forfait della MV Agusta e Giacomo Agostini. Anche allora, momento difficile causa il …. “voltafaccia” del Conte Agusta all'ultima ora, Checco tirò diritto per la sua strada, salvaguardando solo un interesse: quello del motociclismo.

L’estensore di queste note, ragazzino a fine anni ’50, ricorda il Dottor Costa in sella alla sua mini biciclettina, zigzagare sulla griglia di partenza (all’epoca spostata verso la curva Rivazza) della Coppa d’Oro Shell e portare il suo saluto ai piloti, dal più illustre all’ultimo dell’ultima fila. Chi scrive ricorda poi Checco molti anni dopo, a capo della triade dei Moto Club di Imola, Pesaro e Riccione, a tenere alta la bandiera di un motociclismo italiano in crisi, uomo meticoloso perché niente lasciava al caso e imprevedibile perché aveva sempre la “tovata” che trasformava una corsa nell’evento dell’anno e di una intera epoca.

I più grandi campioni hanno corso in riva al Santerno e tutti i protagonisti del Continental Circus, dal fuoriclasse più titolato all’ultimo degli “zingari” della rocambolesca giostra internazionale, chiedevano a Costa di poter correre attorno alla “collina del batticuore”.

Checco Costa, organizzatore anche della “Conchiglia d’oro” per auto (quattro edizioni dal 54 al 56 e poi nel ’63, con la prima corsa imolese di F1), intuì l’importanza dei media e della tv, nonché il supporto dei grandi sponsor, legando le sue manifestazioni al nome della Shell, la multinazionale petrolifera.

L’appuntamento annuale di Aprile sul “piccolo Nurburgring” rappresentava ogni stagione la primavera del motociclismo italiano, una vetrina prestigiosa e qualificata, asse portante e baricentro della Mototemporada tricolore, anteprima assoluta del motomondiale.

Indietro non si torna. Ciò vale anche per le corse cui, però, manca oggi quell’umanità semplice e profonda e quella genialità inesauribile alla Checco Costa: un “gigante” buono e sensibile, colto e amante del bello, uomo che ha fatto del motociclismo un’opera d’arte alla portata di tutti, fuori dal tempo, proiettandolo oltre le mitiche serpentine del Santerno e i mutevoli confini dello sport. Grazie, Checco.

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