Mosca, ultima tragedia: addio Andrea Antonelli

In casi come questo, con il 25enne pilota italiano di Castiglione del Lago Andrea Antonelli morto dopo l’incidente nel Superport mondiale sul circuito allagato di Mosca, si resta attoniti e disorientati, appesi alla domanda di sempre: perché?

Non vogliamo qui imboccare la spirale tortuosa della sociologia da salotto che da una parte assolve tutto e tutti nella logica che l’uomo rischia sempre e tutta la vita è appesa all'imponderabile, o all’opposto, che di questi rischi le corse di moto ne rappresentano l’iceberg e quindi bisogna accettare di pagare il conto con una cadenza così precisa, impressionante, ma quasi da non fare più notizia perché così ripetitiva, come i morti per incidenti stradali.

Le cronache raccontano di incidenti, non solo mortali, che coinvolgono piloti noti e famosi in gare internazionali, con copertura mediatica mondiale e quindi di forte impatto sull’opinione pubblica. Ma gli incidenti, anche gravi e mortali, avvengono spesso in corse minori (dove il livello di sicurezza è pari a zero per incoscienza dei protagonisti e vergognoso assenso delle autorità) ovunque nel mondo, senza che nulla si sappia.

Accade così, da tempi immemori, rinfocolando vecchie e nuove polemiche che ripropongono gli interrogativi di sempre sulla sicurezza e sui rischi delle corse. Ciò detto, va ribadito che il motociclismo da competizione (come l’automobilismo) non è un gioco né un ballo per educande, che il rischio non è eliminabile e anzi è una componente di questi sport: è uno degli ingredienti del suo fascino. Chi lo nega, mente sapendo di mentire.

Per decenni, ogni corsa contava un pilota morto o ferito grave. Negli ultimi anni, si è fatto molto per la sicurezza attiva e passiva, anche a scapito dello spettacolo (per esempio con l’abbassamento delle medie sul giro, con la proliferazione di chicane, con circuiti da …”go kart”, per non parlare dell’uso invasivo dell’elettronica, delle tute da robot ecc).

Più che altro per esigenze di business (il circus deve funzionare sempre e con tutti i protagonisti in campo, ecc.) si punta verso la ricerca della massima sicurezza, addirittura con l’obiettivo dell’annullamento del pericolo. Che, però, resta un’utopia.

Eliminare completamente i pericoli delle corse è impossibile perché c’è l’imponderabile legato all’errore umano, al fato sfavorevole (come oggi a Mosca), ai marchingegni elettronici che lasciano il gas aperto quando il pilota chiude la manetta.

L’impegno per migliorare la sicurezza deve proseguire, essere permanente e totale da parte di tutti. Chi rischia sono soprattutto i piloti che non contano (quasi) nulla in tema di sicurezza anche perché non sono mai stati in grado di esprimersi con un livello minimo di unità, quindi di credibilità: ognuno pensa a se stesso, al proprio tornaconto. Dare ad ex piloti i galloni di consulenti sulla sicurezza è spesso un modo per mettersi la coscienza a posto, quando non addirittura strumentalizzarli, dicendo di cambiare tutto per non cambiare niente.

Le corse non sono una corrida, i piloti non sono gladiatori, i mezzi non sono strumenti offensivi. Ma occorre equilibrio: la ricerca della massima sicurezza possibile non può portare allo snaturamento delle competizioni motoristiche, che erano, sono e resteranno “rischiose”. E comunque va messa al bando ogni forma di ipocrisia e di strumentalizzazione. Perché, come ammoniva Enzo Ferrari: “O si smette di piangere o si smette di correre”.

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