MotoGP amara per Rossi. Quanto “vale” Valentino?

Analisi del Gran Premio di Catalunya di Valentino Rossi e della prima (deludente) parte della stagione.

Ai piedi del podio, per Valentino Rossi, quei tre spagnoli lassù sui primi tre gradini del Montmelò, sembrano ancora più lontani. Anche perché il gong del motomondiale batte il colpo numero sei e la musica per Valentino è sempre la stella: non un requiem, ma un quasi de profundis, inteso come congedo dalla vittoria e l’addio definitivo alle velleità di conquistare il titolo.

Cos’è per il nove volte campione del Mondo questo campionato già a un terzo del suo cammino se non un altro calvario?

Perché per le due pessime precedenti stagioni del pesarese la croce, non con poche ragioni, è stata tutta posta sul groppone della Ducati. Ma in questo 2013 il “Dottore” – guida troppo ingessato e sulla difensiva - non solo delle due Honda di Pedrosa e Marquez vede (e da lontano) solo la sella, ma subisce inesorabilmente la suonata del compagno di squadra Lorenzo (sempre davanti in prove e gare) e addirittura, specie in qualifica ma spesso anche in corsa, prende sberle pesanti pure dal quasi privat Crutcholw, ruvido e spesso per le terre ma capace di far danzare il cronometro (e la classifica generale, quarto davanti a Rossi quinto, con Dovizioso sul collo) a proprio vantaggio.

Già, il cronometro, delizia dei … rossisti davanti alla tv, specie se (male) imbeccati da chi commenta non senza un filo di stucchevole partigianeria. Di che parliamo? Della vulgata secondo la quale se Rossi fosse più avanti in qualifica, se Rossi non partisse male, se Rossi non avesse davanti la pista occupata, se Rossi potesse avere una gara con più giri, se Rossi avesse il cambio seamless… Rossi dimostrerebbe di essere ancora il protagonista assoluto.

Soprattutto si batte su un tasto: da metà corsa in poi Rossi gira più forte di Lorenzo. E’ così? A parte che le corse iniziano per tutti col verde del semaforo e terminano per tutti alla stessa maniera, con la bandiera a scacchi, non è neppur vero che il cronometro pende dalla parte di Valentino, se non in poche tornate (a Montmelò precisamente in quattro giri su 25) e con distacchi davvero minimi rispetto a quelli che invece il pilota di Tavullia subisce dal suo compagno di squadra negli altri 21 giri. Altrimenti – ovvio - il risultato finale sarebbe diverso.

In dettaglio, Rossi è più veloce di Lorenzo al 14° passaggio (Rossi 1’43.504, Lorenzo 1’43.706), al 21° (1’43.587 contro 1’43.621), al 23° (1’43.608 contro 1’43.649), al 24° (1’ 43.817 contro 1’43.925). Come si vede, sono distacchi davvero minimi, dovuti per lo più alla gestione di gara di Lorenzo, impegnato in un’altra corsa, a tagliare per primo il traguardo con Pedrosa e Marquez alle calcagna, cosa ben diversa che tenere a bada Bradl, Smith ecc. per un quarto posto.

Tanto che Rossi è più veloce di Lorenzo al terzultimo e penultimo giro perché il battistrada evidentemente “respira” usando la testa prima del rush finale: guarda caso il maiorchino proprio all’ultimo giro stampa l’1’43.723 contro l’1’43.996 del pesarese. Verba volant, scripta manent.

I quadri d’autore non perdono valore col tempo, anzi! Ma stanno nei musei. Rossi non deve dimostrare niente e i suoi 9 titoli mondiali sono un patrimonio del motociclismo. Ma in pista, in ogni corsa si riparte da zero, alla pari, nessuno si fa da parte per favorire anche il più illustre degli avversari.

Fin qui, nel 2013, Valentino ha dimostrato di essere l’ultimo dei primi. Come se a Giotto tremasse la mano e dovesse rifare il suo inimitabile “0”. E anche l’ultimo test di ieri a Barcellona parla da solo: sesto tempo e nuova caduta. Vale, o il polso non gira più o non hai più fame!

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