Campioni senza "corona": Gilberto Parlotti, quel tragico TT del '72

Come fiutassero la tragedia, nel 1972 i piloti italiani disertarono la trasferta al Tourist Trophy, quinta prova del motomondiale, 54esima edizione della corsa iridata più spettacolare (oltre un milione di spettatori a gara) e più pericolosa (oltre 100 morti). Alla fine, nelle quattro classi (125, 250, 350, 500 più side), gli italiani al traguardo furono solo due: Giacomo Agostini (doppietta con la Mv Agusta nella 500 e 350) e Alberto Pagani (secondo nella 500 con la Mv Agusta). Ne mancava uno, Gilberto Parlotti, deceduto dopo una caduta nella 125, il 9 giugno.

Il 32enne pilota ufficiale della pesarese Morbidelli aveva deciso solo all’ultimo momento di imbarcarsi per Douglas, per chiudere all’Isola di Man la partita mondiale, che lo vedeva nettamente in testa davanti al francese Charles Mortimer (Yamaha), dopo le due sonanti vittorie al Nurburgring (Germania) e a Clermont Ferrand (Francia) e i due podi al Salzburgring (secondo) e a Imola (terzo).

Parlotti, triestino d’adozione, voleva emulare il grande conterraneo trevigiano Omobono Tenni (primo italiano a vincere al TT nel 1937 su Guzzi 250) e soprattutto voleva coronare con il titolo iridato il sogno della sua vita, a compimento di una carriera di oltre 15 anni, non certo priva di soddisfazioni, ma sempre “in salita”.

Con il forfait di Angel Nieto, il fortissimo binomio italiano aveva la partita in mano, quando quel 9 giugno il cielo mutò d’umore, passando da una ridente giornata primaverile a una cupa giornata invernale, con pioggia battente, nebbia fitta, folate di vento gelido. Parlotti, coriaceo pilota “da bagnato” e amante dei tracciati impossibili, era partito sereno, portandosi subito in testa con la sua velocissima bicilindrica biancoceleste e aumentando via via il suo vantaggio su Mortimer (15 secondi) e gli altri avversari.

Ma il destino lo attendeva sulla parte montagnosa del tracciato, aggirato lo Snaeffel, alla Verandah, un muretto concludeva la caduta innescata dall’asfalto scivoloso. Il bolide, giunto piegato sulle righe gialle dell’asfalto allagato, era schizzato via come una saponetta impazzita: la forte velocità, l’impatto con l’ostacolo, il dito verso della dea bendata non concedevano nulla a quanto già segnato dal fato. Il cielo si fece ancora più cupo, ma la corsa – come sempre – proseguiva, con gli organizzatori impegnati su due fronti, quello dei festeggiamenti e quello opposto, aggiungendo alle altre 100 croci, anche questa dell’asso italiano.

Chi scrive queste note conosceva bene le doti umane e professionali di Gilberto, in assoluto uno dei più forti piloti del Continental Circus dei difficili anni ’60 e primi ’70. Pacato e (fin troppo) modesto per indole, viso tirato ma sempre aperto al sorriso, specie nei momenti più duri, corridore tecnico, un po' "rigido sulla moto in staccata, fortissimo nel corpo a corpo e sui tracciati dove a fare la differenza è il coraggio spinto fino all’audacia, Gilberto accettava con stoicismo il responso della bandiera a scacchi, rispettando sempre gli avversari, mai recriminando.

Parlotti diede il meglio di sé nellle “piccole”, ma gareggiò in tutte le cilindrate, sempre alla ricerca della moto ufficiale, che solo a sprazzi arrivò: Morini 250 bialbero nel 1964, terzo a Cesenatico dietro a Provini e Grassetti; Benelli 250 4 cilindri nel 1969, scudiero dell’iridato Carruthers; Ducati 500 GP bicilindrica nel 1971 con bella vittoria a Scophya Loka, prima ancora la jugoslava Tomos 50 e poi, dal 1970, stabilmente, la Morbidelli 50 e 125.

Parlotti, tre titoli italiani, aveva corso e vinto in Italia e all’estero in tutte le cilindrate: nella 50 con Tomos e Morbidelli, nella 125 con Aermacchi e Morbidelli, nella 250 con Morini, Benelli, Ducati e Yamaha, nella 500 con Ducati.

Lo scorso anno, 40 anni dopo quel tragico TT, chi scrive queste note è passato al cimitero di Sant’Anna a Trieste, per un saluto a Gilberto. Sulla sua lastra di marmo posta sopra il terreno batteva il sole. E in foto, Gilba sorrideva. Come ai vecchi tempi, sigaretta accesa.

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