SBK, ma Rea non è imbattibile. Ducati: giocare la "carta piloti"!

Il binomio Rea-Kawa domina in SBK perché c’è la (non rara) fusione del pilota oggi più forte in pista in sella alla moto più competitiva

Campionato del Mondo Superbike 2017 - Mike Hailwood diceva che nelle corse di moto nessun pilota è imbattibile. Lo stesso concetto lo aveva espresso anni prima Tazio Nuvolari. Giacomo Agostini puntava tutto su... se stesso sostenendo che l’unico imbattibile era... lui. Fatto sta che in Superbike dopo i primi due round stagionali di Phillip Island e Buriram Jonathan Rea esce con il bottino pieno di 100 punti con due doppiette nei quattro round di fila che dimostrano l’aria che tira in questo mondiale delle derivate con ben cinque Case (più o meno ufficiali) – Ducati, Aprilia, Yamaha, Honda, BMW – che dopo tre stagioni subiscono l’egemonia della Kawasaki, prima con Sykes poi nell’ultimo biennio, in modo ancora più perentorio, con Rea.

La conclusione è una sola: il binomio Rea-Kawa domina perché c’è la (non rara) fusione del pilota oggi più forte in pista in sella alla moto più competitiva. Rea non ha “grilli” in testa e non pensa certo a salti in MotoGP. Kawasaki, a differenza di Ducati, Honda, Yamaha, Aprilia, è interamente concentrata in questo campionato. A Rea e alla Verdona poco interessa lo show: badano al sodo puntando a fare incetta di gare e titoli. Lo spettacolo dei duelli alla baionetta e delle volate sono per lo più dovute alla strategia di gara di Rea (che gioca al gatto col topo e non intende strafare anche per non commettere errori) e non alla reale differenza fra i concorrenti. Quindi mondiale già chiuso con Jonathan lanciato verso il suo terzo titolo iridato consecutivo?

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Il rischio c’è ma nel motociclismo le ruote sono tonde e tutto può accadere ribaltando ogni pronostico. Abbiamo visto che l’esperimento Dorna della nuova griglia “salva spettacolo” (dai soliti media compiacenti annunciato con gli immancabili “alleluia!”) è stato un fuoco di paglia, praticamente un bluff. Lo stesso rimaneggiamento dei regolamenti tecnici buttati là per metter pepe a un mondiale in crisi di identità “oscurato” dalla MotoGP gallina dalle uova d’oro per il promotor&C non ha modificato di un acca la musica in pista. Inutile adesso disquisire su preziosismi tecnici e tecnologici – spesso quisquiglie – e ancor più inutile tornare a perder tempo sulle astiose diatribe fra “quattro” cilindri e bicilindrici.

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Ogni Casa sceglie di correre in base a strategie tecniche e di marketing funzionali al proprio know-how, al proprio mercato e al proprio business. Contano i fatti, in questo caso chi vince le gare e chi vince i titoli mondiali. Per Enzo Ferrari, come noto, il secondo era il primo degli sconfitti. E qui questo titolo va alla Ducati e ai suoi piloti. La Casa di Borgo Panigale è impegnatissima sui due fronti dei due massimi campionati mondiali di velocità non lesinando niente anzi profondendo ingenti risorse umane tecniche finanziarie con Team di qualità e (pure) Sponsor di grande appeal e dal portafoglio … gonfio. Pur nel massimo rispetto della Casa bolognese, sia in MotoGP che in SBK, i risultati – pur significativi - non sono (ancora) all’altezza delle aspettative e degli annunci (anche fuori dalle righe) roboanti dei suoi dirigenti.

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Qui ci limitiamo alla Superbike dove la carta principale che Ducati può giocare per fermare Rea-Kawasaki sta – oltre che continuare a sviluppare incessantemente la moto specie nelle delicatissime componenti elettroniche - nella strategia. Che vuol dire? In Casa Kawasaki, data la supremazia di Rea nei confronti di Sykes, non esiste (più) una questione piloti. In Casa Ducati la “questione piloti” esiste. Intendiamoci: Davies e Melandri, pur molto diversi fra loro, sono due piloti di tutto rispetto, fortissimi ma non così “completi” e “raffinati” come Rea. Davies è un “mastino” che non teme nessuno - anche troppo – ma non ha sempre la freddezza e la lucidità tattiche necessarie compiendo svarioni che poi si pagano cari come in Gara2 a Buriram. Va tolta dalla testa dei piloti l’idea fissa che la loro Ducati sia “inferiore”.

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Ciò vale anche per Melandri che, al di là dei guai tecnici in Tailandia (freni ecc.), deve togliersi ancora un po’ di ruggine dopo quasi due anni di stop dalle corse. Con i “se” non si vincono le corse ma con una tattica più accorta forse Davies avrebbe potuto in Gara2 dare del filo da torcere a Rea e un Melandri al 100% avrebbe venduto ben più cara la sua pelle. In Europa ci sono piste più favorevoli per la Ducati, a cominciare dalla prossima gara di Aragon. A Buriram Gara2 Davies ha tirato una staccata a “babbo morto” nel tentativo di agganciare e superare il suo compagno di squadra per poi tentare di prendere la lepre Rea. Non è stata una lotta fra i ducatisti ma è lo stesso un segnale di quel che può accadere presto, una lotta fratricida fra il gallese e l’italiano: dalla padella alla brace.

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A Borgo Panigale va giocata la carta piloti rimuovendo il concetto – qualche volta proficuo e incentivante ma spesso sterile un vero e proprio boomerang – che il compagno di squadra è il primo degli avversari da battere. Per Davies e Melandri l’unico (vero) avversario è Rea e entrambi – unendo agonisticamente e tatticamente le proprie forze - devono concentrare il “fuoco” su questo unico obiettivo. A Rea va distrutta la corazza dell’imbattibilità. Alla Ducati non possono “osservare” da “esterni” l’evolvere della situazione ma “orientare” i propri piloti senza tanti preziosismi di facciata. Non si può sempre correre per partecipare. Serve la vittoria. Prima arriva meglio è. Per tutti.

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