SBK, calo di ascolti e interesse. E' l'ora della svolta: sinergie con la MotoGP?

Gli ascolti tv della Superbike SBK sono in pesante calo. Occorrerebbe una sinergia con la MotoGP.

jonathan rea e chaz davies

Superbike 2016 - Ieri abbiamo scritto del pesante calo di ascolti tv delle due gare del 7° round del mondiale Sbk a Donington Park. Il flop del GP d’Inghilterra non è un fatto isolato ma accentua una tendenza negativa con numeri di telespettatori in discesa, comunque sempre sotto i due milioni. Mediaset si guarda bene dal rendere pubblici i dati così poco edificanti a cominciare da quelli relativi a Gara 1 di sabato a Donington (224.000 persone davanti alla tv e 2,34% di share) e di Gara 2 di domenica (465.000 e 3,42% di share). Che succede?

Inutile girarci tanto alla larga e arrampicarsi sugli specchi. Non è una questione di questa o quella gara più o meno combattuta. La realtà è una: “questa” SBK non “tira”. Calano gli spettatori nei circuiti, cala l’audience tv, calano i grandi sponsor. Il mondiale delle derivate di serie non ha più appeal di massa riducendosi ai “quattro gatti” dei puri e duri, anche questi, in diminuzione. Le eccezioni (Imola?) confermano la regola. Non torniamo qui sul rapporto della SBK con le moto di serie, la crisi di mercato ecc. Ci sono sempre più cause a determinare la crisi ma sempre c’è un nodo di fondo che la determina. Oggi la SBK non è né carne e né pesce, lasciata dalla monopolista multinazionale Dorna (la stessa che gestisce a proprio uso e consumo la MotoGP e il Cev mondialino) in mezzo al guado.

In poche parole la MotoGP occupa tutti gli spazi, o quasi, lasciando alla SBK solo le briciole, in un permanente stato di incertezza sull’identità, l’organizzazione, il futuro. L’unica rivoluzione 2016, Gara 1 anticipata al sabato pomeriggio, non ha dato i risultati sperati perché Dorna ha fatto il gioco delle tre carte mettendo mano al contenitore e non a contenuto. Dorna pare poco interessata a dare un futuro che abbia un senso (tecnico-agonistico, commerciale e di comunicazione) a un Campionato che per decenni con l’organizzazione Flammini ha goduto di esaltanti stagioni. Ogni volta ci si illude che per rilanciare il mondiale delle derivate di serie basta scovare “il personaggio”, un pilota di provenienza MotoGP (l’ultimo in ordine di apparizione è Nicky Haiden) e basta l’elenco delle Case presenti (Kawasaki, Aprilia, Ducati, Yamaha, Honda, Bmw, MV Agusta) pomposamente definite “ufficiali” ben sapendo quanto l’appellativo sia... eccessivo.

Poi, il dominio delle Kawasaki di Rea e Sykes toglie ulteriore appeal per mancanza di battaglia in pista. La verità è che si vive alla giornata senza che Dorna sia in grado di proporre una alternativa appetibile, credibile, di lunga durata. Serve un “diverso” campionato delle derivate di serie, marcando la differenza fra le attuali Sbk e le altre discipline, da ridurre di numero. Serve una rivoluzione portando aria nuova, nuovi (giovani) piloti, una diversa strutturazione e articolazione tecnica, di cilindrate ecc. Serve anche (o soprattutto?) un rapporto più stretto fra SBK e MotoGP. La WSBK e la MotoGP possono convivere autonomamente ed essere anche “complementari”, utili l’una all’altra. La soluzione non sta nel portare la SBK dentro il Motomondiale in sostituzione della non felicissima Moto2. Così come non si può tornare ai… bei tempi andati pensando a moto da corsa direttamente derivate dalla serie con... fanale e targa.

L’abbiamo già scritto mesi fa: servono sinergie fra MotoGP e SBK, due categorie non più in alternativa l’una dell’altra o in guerra fra loro, ma semplicemente come “autonomi” vasi comunicatori. Oggi la realtà del motociclismo è chiara: è la MotoGP il polo e faro di attrazione sportiva-tecnica-mediatica e di business, con i piloti su un binario tracciato: dalla Moto3 alla Moto2, per l’agognata Premier Class dispensatrice di gloria e di soldi, anche se non in egual misura. Sempre più il passaggio sarà diretto, dalla Moto3 alla MotoGP, abbassandosi così l’età dei partecipanti nella classe regina. Resta il limite del salto elevato fra la categoria cadetta e la classe regina.

Alla SBK serve una rinnovata griglia di partenza formata da un mix di due diverse generazioni di piloti con due diversi tipi di percorso e di esperienza: servono nuovi giovanissimi piloti prodotti e provenienti da una nuova categoria di moto derivata dalla serie quale ad esempio una inedita 300cc bicilindrica dai costi abbordabili e accanto a questi “giovani leoni” servono piloti-campioni, già affermati e di prestigio, validissimi “seniores” della MotoGP pronti a cambiare campionato – dalla MotoGP alla SBK - non nella logica del “cimitero degli elefanti” bensì nel concetto (soprattutto per motivi anagrafici) che ogni stagione dà i suoi frutti e quindi poter affrontare la SBK come nuova avvincente sfida in una diversa fase della attività sportiva professionistica.

Insistiamo. Per incentivare questo passaggio serve un limite di età dei piloti MotoGP: arrivati ad esempio a 35 anni (o dopo determinati punteggi in classifica) non si può più rimanere nella Premier Class. I passaggi fra le due categorie di grandi campioni come è stato per Biaggi, Melandri, ecc. adesso Hayden, non avverrebbero più come mosche bianche prese al volo ad uso e consumo di una stagione ma in modo organico e sulla base di regolamenti validi per tutti, con l’ausilio diretto di grandi case e grandi Team, in rappresentanza di più Nazioni ecc. Ciò, oltre a dare una prospettiva nuova a chi esce dalla MotoGP, oltre a galvanizzare la nuova SBK, produrrebbe un valore aggiunto sulla produzione di serie per l’apporto di esperienza altamente qualificate di certi campioni, come hanno già dimostrato Max Biaggi e Carlos Checa per Aprilia e per Ducati. Non solo, con l’uscita dalla MotoGP di piloti per limiti di età, si aprirebbero spazi per nuovi giovani talenti. In definitiva, non è il momento dei palliativi: è l’ora del coraggio per una svolta vera. Altrimenti la Sbk rischia di spegnersi come una candela.

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