MotoGP, la nuova regola sicurezza divide: piloti più a rischio?
La nuova regola MotoGP sulle moto ferme punta a proteggere i commissari, ma secondo molti potrebbe aumentare i rischi per i piloti in pista.
La MotoGP continua a lavorare sulla sicurezza, ma una delle nuove regole introdotte nel 2026 sta già facendo discutere piloti, addetti ai lavori e appassionati. La questione riguarda la gestione delle moto dopo una caduta e il cosiddetto regolamento sulle “non-running bike”, cioè le moto con motore spento dopo un incidente.
La norma nasce con un obiettivo preciso: ridurre il rischio per i commissari di pista durante qualifiche e sessioni veloci. Ma quanto visto recentemente a Le Mans ha riaperto un tema delicato: alcune situazioni potrebbero spingere i piloti a comportamenti ancora più pericolosi pur di non perdere tempo. E il paragone evocato da molti è inevitabilmente pesante: quello con il tragico incidente che costò la vita a Marco Simoncelli nel 2011.
Come cambia la regola MotoGP sulle moto ferme
Fino alla scorsa stagione, quando un pilota cadeva ma la moto restava in condizioni sufficienti per ripartire, i commissari potevano aiutare il pilota a riaccendere il motore tramite una spinta per il cosiddetto bump start.
Con il nuovo regolamento, invece, una moto con motore spento deve essere portata prima sulla service road o in una zona sicura fuori traiettoria prima di poter tentare il riavvio.
La MotoGP ha spiegato che l’obiettivo è limitare l’esposizione dei marshal ai pericoli durante le sessioni in pista, soprattutto nelle qualifiche dove le velocità sono elevate e il traffico può creare situazioni molto rischiose.
Uno degli episodi che avrebbe spinto alla modifica del regolamento risale al GP di Mandalika 2025, quando Alex Rins cadde durante le qualifiche e rimase a lungo fermo in pista con i commissari impegnati a riavviare la Yamaha. In una situazione simile, un’altra caduta avrebbe potuto coinvolgere sia il pilota sia i marshal presenti vicino alla traiettoria.
Il caso Aldeguer riapre il dibattito sulla sicurezza
Se sulla carta la nuova norma sembra avere una logica chiara, la pratica racconta però un’altra storia. Durante il weekend di Le Mans, il pilota Ducati Fermin Aldeguer è stato protagonista di un episodio che ha immediatamente acceso il dibattito. Dopo una scivolata in prova, invece di lasciare andare la moto verso la ghiaia, il pilota è rimasto aggrappato alla Ducati lasciandosi trascinare attraverso la pista pur di mantenere il motore acceso. Una manovra estremamente rischiosa che ha costretto il pilota alle sue spalle a evitare la moto all’ultimo momento.
Il motivo è semplice: con il nuovo regolamento, se il motore si spegne, il pilota perde molto più tempo dovendo raggiungere la service road prima di poter ripartire. Di conseguenza, soprattutto in qualifica, i piloti potrebbero essere incentivati a fare di tutto per evitare lo spegnimento della moto, anche assumendosi rischi maggiori. Ed è proprio questo il punto più critico della discussione attuale.
Il ricordo di Simoncelli torna inevitabilmente al centro
L’immagine di un pilota trascinato dalla propria moto dopo una caduta ha inevitabilmente riportato alla mente uno degli episodi più tragici della MotoGP moderna: l’incidente di Marco Simoncelli a Sepang nel 2011.
Ovviamente le situazioni sono molto diverse, ma il concetto di restare agganciati alla moto mentre attraversa la pista ad alta velocità resta estremamente delicato. Va detto che trattenere la frizione dopo una caduta non è una novità assoluta. Molti piloti lo fanno da anni per cercare di mantenere acceso il motore e limitare i danni alla sessione.
La differenza è che oggi il regolamento sembra rendere questo comportamento ancora più vantaggioso, soprattutto durante le qualifiche dove ogni secondo può fare la differenza. Ed è proprio nelle sessioni di qualifica che statisticamente si verificano più cadute, perché i piloti spingono al massimo con gomme nuove e pochissimo margine di errore.
Sicurezza dei marshal o rischio maggiore per i piloti?
Il dibattito resta quindi molto aperto. Da una parte la MotoGP ha cercato di proteggere i commissari di pista, figura spesso esposta a situazioni estremamente pericolose durante gli interventi in pista.
Dall’altra però emerge il rischio che i piloti adottino strategie più aggressive pur di non interrompere immediatamente la sessione. Il problema non riguarda tanto la bontà della regola in sé, quanto gli effetti indiretti che può generare nel comportamento dei piloti.
In MotoGP ogni dettaglio regolamentare viene inevitabilmente trasformato in un vantaggio competitivo. E quando il tempo sul giro diventa prioritario, il confine tra strategia e rischio può assottigliarsi rapidamente.
Per ora non si parla di modifiche immediate al regolamento, ma quanto visto a Le Mans dimostra che il tema potrebbe tornare presto al centro delle discussioni tra team, piloti e Direzione Gara. Perché in uno sport dove si viaggia oltre i 350 km/h, anche una regola nata per aumentare la sicurezza può avere conseguenze impreviste.