Tonino Benelli: "uomo nato per correre", mito dei giorni del coraggio e dell'audacia

Tonino Benelli

E’ senza ombra di dubbio Valentino Rossi, (anche) a Pesaro, il centauro più conosciuto e osannato. Ma è altrettanto vero che la città di Rossini ha sempre nel cuore Tonino Benelli, il più giovane dei sei fratelli dell’omonima Casa, di cui ricorre quest’anno il centenario della fondazione. A Tonino, Pesaro ha dedicato lo stadio di calcio e un busto bronzeo in via Mameli, nell’area per decenni sede della storica fabbrica del Leoncino.

A Tonino, tutti i pesaresi (anche i pochi non interessati al motociclismo) serbano un posto tutto particolare nell’albo dei ricordi che si tramutano in miti, paragonabile - e ciò non sembri irriverente - al sommo “cigno” musicale, alias Gioachino Rossini. Nello sport, il passaggio da campione a mito, avviene per lo più quando le gesta straordinarie di un asso si consumano in una tragedia. E a Tonino la dea bendata non fece mancare neppure … l’atto tragico, togliendogli la vita prematuramente il 27 settembre 1937, neppure trentatreenne: non in pista, ma su una moto da corsa prima di Riccione dove il campione si recava ogni mattina nel reparto segreto che dava vita alla Benelli … auto.

La Benelli era assurta agli allori nazionali e internazionali proprio grazie alle gesta agonistiche del fratello più “piccolo” (da bambino si raggomitolava per ore sulle moto di casa), che debuttò nel 1923 a Monza, a soli 18 anni, con una 147 cc. due tempi, scesa in pista per la prima volta e messa a punto la notte prima delle prove ufficiali nel furgone che viaggiava da Pesaro verso il circuito brianzolo. Fu l’inizio di un cammino radioso, anche se non privo di passaggi durissimi, specie per gli incidenti in corsa. Per il gran pubblico e per la stampa il corridore della Casa pesarese diventava di lì a poco, semplicemente “Tonino”, immortalato poi come “l’uomo nato per correre”.

Titoli sudati e meritati, grazie a battaglie “epiche” con gente passata alla storia quali Tazio Nuvolari, Achille Varzi, poi gli Arcangeli, i Moretti, i Ruggeri, una “compagnia della morte” che sulle piste polverose o infangate si sfidava quasi all’arma bianca ma che poi, la sera, festeggiava insieme attorno a una tavola imbandita.

Erano altri tempi, ma le cifre cantano: in (soli) otto anni, Tonino si aggiudicò trentaquattro vittorie, una infinità di piazzamenti, numerosi primati mondiali di velocità (1927: 50 e 100 km, 100 miglia ed un’ora, tutti ad una media di oltre 127 kmh), quattro titoli assoluti di campione d’Italia (1927, ’28, ’30, ’31), quando il tricolore valeva quanto oggi un titolo iridato. Nel 1927 Tonino con la nuova 175 cc. vinse sette corse su otto dominando le due classiche di livello mondiale quali il circuito del Lario (TT italiano: giro di 36,5 km, corsa di 220 km, tracciato con 306 curve, 550 metri di dislivello, punta di oltre 750 metri) e il Gran Premio delle Nazioni a Monza (media generale di 109,339 km/h).

Sui tornanti diabolici del Lario il pilota pesarese, con il modello monoalbero, trionfò anche nel 1928 e nel 1930 e a Monza nel 1929 il record sul giro fu innalzato a 123,540 di media). Tonino si salvò miracolosamente da un gravissimo incidente sul circuito del Tigullio e non si contano cadute e uscite di pista, spesso per la perdita di pezzi della moto o per scoppi di pneumatici, dopo epiche battaglie.

Quelle moto portate in pista e sviluppate da Tonino, proseguirono anche dopo la sua morte: si ripresentarono con motori bialbero vincendo ripetutamente oltre che a Monza, Lario, Roma, anche i GP di Francia, Svizzera, Belgio, Olanda, Svezia e un’altra infinità di gare in Italia e all’estero. La 175 cc. del 1927 non solo fu la migliore moto internazionale della cilindrata: la “piccola” pesarese spesso vinse in categorie doppie e anche oltre.

La distribuzione monoalbero in testa comandata ad ingranaggi in cascata posti dentro un carter – conformazione a elle - sulla destra del cilindro caratterizzò la prima versione del 1927. Le dimensioni del motore erano “sottoquadro” (alesaggio e corsa mm. 62x57 = 172 cc), il volano era esterno, lo scarico a doppio tubo (rombo cupo, da favola!), due valvole da 33 mm inclinate di 90° con molle a spirale. Lubrificazione a carter secco con serbatoio olio sotto la sella, accensione a magnete, cambio separato a 3 rapporti, con comando … a mano, frizione a dischi multipli, telaio in tubi a culla aperta, forcella posteriore rigida (!), anteriore a parallelogramma, ruote in acciaio con gomme da 26x2,375”, schermatura a disco sulla ruota posteriore sui circuiti veloci. Peso a secco sui 90 kg, potenza sui 12 CV a 6.500-7.000 giri, velocità massima attorno 140 kmh.

Motore e moto all’apparenza semplici, ma straordinariamente efficaci, nonché … segreti, dato che Tonino riferiva solo al fratello Ing Giovanni, dopo ogni corsa, cosa modificare e questi provvedeva nel reparto corsa allo sviluppo. Così si mietevano vittorie e si faceva mangiare polvere alle grandi moto dell’epoca, prima fra tutte le potenti e sibilanti DKW tedesche. L’orgoglio di Casa Benelli resta l’indimenticabile Tonino. Così come resta oramai leggenda da onorare quel motociclismo dei giorni del coraggio e dell’audacia.

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