Stoner boccia la MotoGP moderna e critica l’addio a Phillip Island
Casey Stoner torna a criticare la MotoGP moderna: secondo il due volte campione, ali ed elettronica hanno cambiato profondamente l’esperienza di guida a Phillip Island.
Casey Stoner torna a parlare della MotoGP e lo fa partendo dal circuito che più di ogni altro è legato alla sua carriera: Phillip Island. Il due volte campione del mondo australiano ha ricordato cosa significava affrontare quella pista con le moto della sua epoca, sottolineando quanto elettronica e aerodinamica abbiano cambiato il modo di guidare le attuali MotoGP.
Secondo Stoner, i piloti di oggi non avrebbero la possibilità di conoscere fino in fondo quella particolare esperienza di guida che caratterizzava Phillip Island quando il controllo della moto dipendeva maggiormente dal pilota.
Nel mirino non ci sono soltanto ali ed elettronica. L’australiano ha espresso anche la propria delusione per l’uscita di Phillip Island dal calendario, almeno nella configurazione attuale, e per la prospettiva di sostituirla con un circuito urbano.
Stoner e Phillip Island: “Dovevi lasciare scivolare la moto”
Il rapporto tra Casey Stoner e Phillip Island non è sempre stato semplice. Oggi l’australiano considera il tracciato di casa uno dei luoghi più speciali del motociclismo, tanto che una delle sue curve porta il suo nome. Agli inizi della carriera, però, le sensazioni erano differenti.
Stoner ha ricordato di non aver apprezzato particolarmente il circuito ai tempi della 125, mentre con il passaggio alla 250 ha cominciato a trovare maggiore velocità e confidenza.
Il punto centrale, secondo l’ex pilota Ducati e Honda, era il modo in cui bisognava interpretare la pista.
Phillip Island offriva poco grip e poteva presentarsi con un asfalto non sempre perfettamente pulito. Con una MotoGP diventava quindi complicato scaricare a terra tutta la potenza, mentre la gestione delle gomme rappresentava un’altra parte fondamentale della sfida.
Il pilota doveva accettare il movimento della moto e, in alcuni punti, lasciarla scivolare. Una guida che richiedeva sensibilità ed esperienza, soprattutto perché l’anteriore poteva perdere aderenza senza concedere grandi avvertimenti.
Proprio l’esperienza, secondo Stoner, gli permetteva di essere molto veloce senza dover necessariamente aumentare i rischi.
A rendere particolare Phillip Island contribuivano anche le condizioni meteorologiche. Correre in casa significava per lui avere una sola occasione all’anno davanti al proprio pubblico, con il meteo australiano sempre in grado di cambiare le carte in tavola.
Le prime vittorie furono soprattutto una soddisfazione. Con il passare degli anni, però, arrivò anche una pressione crescente legata alle aspettative del pubblico di casa.
L’addio al circuito australiano non convince Stoner
È proprio il legame con Phillip Island a rendere particolarmente netta la posizione di Stoner sul futuro del Gran Premio d’Australia.
L’ex campione ha definito una “grande delusione” la decisione di rinunciare al circuito, spiegando di non essersi aspettato un cambiamento di questo tipo.
Stoner riconosce che la struttura avrebbe avuto bisogno di alcuni interventi. Tra le aree da aggiornare cita, ad esempio, la pit lane. Secondo l’australiano, però, questo non cancellerebbe il valore sportivo del tracciato, capace negli anni di offrire gare particolarmente combattute.
Ancora più netta è la sua posizione sull’ipotesi di passare a un circuito urbano.
Il ragionamento di Stoner parte dalla sicurezza. Nelle competizioni motociclistiche, a differenza di quelle automobilistiche, il pilota non dispone della protezione offerta da quattro ruote e da un abitacolo. Quando si verifica un errore o una caduta, il motociclista viene inevitabilmente esposto.
Da qui i suoi dubbi sulla scelta di abbandonare una pista permanente come Phillip Island in favore di un tracciato cittadino.
MotoGP, nel mirino di Stoner finiscono elettronica e ali
La parte più dura dell’intervento riguarda però la MotoGP moderna.
Stoner non nasconde da tempo le proprie perplessità sull’aumento dell’elettronica e dell’aerodinamica nella classe regina. E Phillip Island diventa, secondo lui, uno degli esempi migliori per capire quanto sia cambiato il rapporto tra pilota e moto.
L’australiano sostiene che oggi ci sia “troppa elettronica” e punta il dito anche contro le appendici aerodinamiche.
Le ali generano carico aerodinamico e contribuiscono a tenere la moto più schiacciata verso l’asfalto alle alte velocità. L’elettronica, invece, interviene nella gestione della potenza e della trazione. Sono tecnologie nate per aumentare prestazioni e controllo, ma che secondo Stoner hanno inevitabilmente modificato il tipo di sfida affrontata dal pilota.
Da qui arriva la sua provocazione: i piloti attuali non saprebbero davvero cosa significhi affrontare Phillip Island con una MotoGP come quelle utilizzate nelle stagioni in cui correva.
Non è necessariamente un attacco alle capacità dei protagonisti di oggi. Il punto sollevato dal due volte campione riguarda soprattutto le moto: mezzi profondamente diversi, che permettono di affrontare lo stesso circuito con strumenti tecnici che in passato non esistevano o avevano un’influenza decisamente inferiore.
Ed è proprio questa trasformazione che Stoner continua a mettere in discussione.
Il suo giudizio riflette una visione molto precisa della MotoGP: meno aiuti, maggiore libertà di movimento della moto e più responsabilità affidata direttamente alla sensibilità del pilota.
Si può essere d’accordo o meno, ma il legame tra Stoner e Phillip Island rende il suo punto di vista particolarmente significativo. Su quella pista l’australiano ha costruito una parte importante della propria storia e conosce bene quanto fosse sottile il confine tra velocità, controllo e rischio.
Per questo, quando sostiene che le MotoGP attuali abbiano trasformato l’esperienza di Phillip Island, il bersaglio non sembrano essere tanto i piloti di oggi quanto la direzione tecnica presa dalla categoria.