MotoGP, Dovi “canaglia”? Marquez… “canaglia e mezzo”!

Motociclismo, vale sempre la regola: nessuno è "imbattibile"

Che nelle corse nessuno è imbattibile si sa dai tempi di Nuvolari, o se si preferisce, dai tempi di Agostini. Se così non fosse, addio corse! Anche Nivola e Ago sono stati sconfitti in gara ma sono nell’albo d’oro (anzi di platino) passando alla storia del motociclismo e del Motorsport come straordinari piloti vincenti, con la corona. Pure Marquez, fuoriclasse senza aggettivi, non è imbattibile, come dimostra anche l’infuocato round di domenica a Zeltweg. A dirla meglio, stavolta è stato un magico Dovizioso “canaglia” ad aver battuto il comunque superbo “cannibale” catalano bruciandolo in volata dopo l’invenzione di un sorpasso pazzo nell’ultima curva.

Ma questa è l’eccezione e non la regola che non può ribaltare la realtà né i valori in campo. Esulta, a ragione, il Dovi: “E’ la più bella vittoria della mia carriera”. Sorride, con il rospo nel gozzo, lo spagnolo: “Non si può vincere sempre”. Già. La notizia c’è quando salta il pronostico che anche nel GP d’Austria dava Marquez favorito. Invece il fortino “Rosso” dello Spielberg ha resistito con la Ducati al suo quarto trionfo consecutivo. Va riconosciuto e apprezzato il capolavoro di Dovizioso guidando alla perfezione una Ducati-leonessa che pare fatta apposta per tracciati come quello del Red Bull Ring. Fortissima la Rossa che azzecca anche la gomma posteriore giusta (soft): ma stavolta, con una corsa alla baionetta e un sorpasso finale alla: “o la va o la spacca”, ha vinto il pilota.

Quello stesso pilota che nel 2017 e nel 2018 – pur con gare vinte (in MotoGP 15 vittorie, in totale 24 iridate) e tante prestazioni onorevoli – non era riuscito a sfruttare la “superiorità” della sua Desmosedici, battuto da Marquez (in MotoGP 50 vittorie, 76 vittorie iridate complessive) con una Honda in quelle stagioni meno competitiva. Così il Dovi, nella classe regina, è rimasto nella lista dei campioni senza corona: come dire, il primo degli sconfitti. Una situazione – dopo l’illusorio exploit del primo round di Losail anche lì con il Dovi primo davanti a Marquez per pochi millesimi - via via sempre meno convincente e sempre più frustrante per pilota e Team, fino alla vigilia del GP d’Austria, con reciproci musi lunghi e reciproci dubbi.

Il forlivese, scarsamente motivato per i risultati al di sotto delle aspettative, criticava senza peli sulla lingua la sua moto, a suo dire oramai superata dalla RC213-V (“Marquez non è battibile con la GP19. La moto non gira”), moto addirittura incapace di rispondere alle arrembanti Yamaha e Suzuki puntando diritto il dito contro la Casa bolognese, “priva di strategia”. All’opposto, lo staff di Borgo Panigale, poco convinto dell’analisi del proprio pilota number-one e delle sue prestazioni, nutriva dubbi proprio sul Dovi “pilota-vincente” tant’è che tornava a guardarsi attorno in cerca del “manico” consacrato, come dimostra la recente e poco convincente vicenda per riprendersi Jorge Lorenzo. Qui siamo. Il trionfo del GP d’Austria legittima la gran festa bel box della Rossa, financo il discutibile show di Tardozzi. E’ il premio per il lavoro di tutta la Ducati, dal primo all’ultimo protagonista. Ma la domanda s’impone: questa vittoria, oltre alla spinta psicologica e ai riscontri mediatici, cambia davvero lo status della competitività della Rossa, la lucidità e la validità tattica e strategica del Team, il risultato finale del campionato, con Marquez tutt’ora davanti al Dovi per 58 punti? Al 33enne “Dovi-canaglia” dello Spielberg il 26enne catalano risponderà subito da par suo: “canaglia e mezzo”?

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