Motociclismo, rischi e show. Morire in pista a 14 anni

L’annullamento del pericolo è una utopia. Eliminare completamente i rischi delle corse, a qualsiasi livello, è impossibile perché c’è l’imponderabile, come peraltro c’è nella vita quotidiana, fuori dai circuiti...

Motociclismo, rischi e show. Morire in pista a 14 anni

Dopo l’incidente di domenica scorsa sul circuito di Jerez che ha causato la morte del pilota spagnolo 14enne Marcos Garrido, puntuale è arrivata la valanga delle polemiche. A parte i soliti “avvoltoi” che da sempre si gettano sulla tragedia per affermare il proprio livore di “anime belle” gonfi delle proprie certezze e, brandendo la ramazza dell’infallibilità, riemergono novelli “crociati” salvamondo, c’è invece chi rifiuta il coro delle strumentalizzazioni sollevando legittimi interrogativi di merito, cui va data risposta.

Alla domanda se le corse, anche oggi dopo anni di forte e costante impegno sulla sicurezza (circuiti, moto, abbigliamento, servizi medici ecc.) contengono rischi addirittura mortali per i piloti, la risposta è una sola: il motociclismo resta sport ad alto rischio perché non è eliminabile essendo il rischio componente insito nella velocità, ingrediente della sua identità e del suo appeal.

L’annullamento del pericolo è una utopia. Eliminare completamente i rischi delle corse, a qualsiasi livello, è impossibile perché c’è l’imponderabile, come peraltro c’è nella vita quotidiana, fuori dai circuiti. Molti osservatori fra il grande pubblico dei non appassionati di motociclismo si chiedono però se non sia eccessivamente bassa l’età dei partecipati e se far correre ragazzini addirittura sotto i 14 anni non sia un moltiplicatore di rischi.

Certo, non mancano forzature e degenerazioni, specie da parte di genitori sprovveduti e “montati” che caricano oltremodo i loro pargoli – emuli di Valentino Rossi&C - in cerca di gloria e di… soldi. Diciamo, invece, che iniziare la carriera del pilota– complessa, costosa, rischiosa – già in tenera età, aiuta a crescere e a maturare psicologicamente e fisicamente, responsabilizzando il ragazzo alla competizione ma anche alla disciplina, alle regole, al rispetto dell’avversario in pista e fuori.

Bisognerebbe fare un monumento ai “formatori” di questi pilotini per la passione, la dedizione, la professionalità con cui “allevano” e “inquadrano” questi ragazzi togliendoli dai rischi della strada e dai rischi più in generale della vita odierna. Il pilotino è un atleta e come tale si comporta. Tutto bene, allora? No. Si può migliorare? C’è una questione di regolamenti da rendere lineari e omogenei a livello internazionale, rimodulando verso l’alto l’età di ingresso alle competizioni e stringendo sulla disciplina, senza deroghe ed eccezioni.

Ma sono palliativi. Perché la sostanza è altrove e riguarda l’identità stessa del motociclismo di oggi, quello dello show-business (che in modi diversi parte dalle mini-moto e arriva alla MotoGP) dove tutto è incentrato sulla battaglia in pista, sul tete-a-tete alla baionetta. Il 14enne Marcos Garrido (prima di lui altri pilotini) gareggiava in una categoria la SS300, moto pesanti da oltre 200 Kmh, che rappresenta quanto sopra detto, cioè il motociclismo-corrida.

E’ così oramai anche nel Motomondiale: cosa sono i “trenini” della Moto3, della Moto2 e anche della MotoGP? Chi non ha mai visto (da vicino) una gara (internazionale) delle SS300 con oltre 40 piloti uno sull’altro, non può capire cos’è il rischio. Qui gli incidenti non sono l’eccezione ma la costante.

Caso mai c’è – facendo gli scongiuri – da meravigliarsi che tali incidenti abbiano per lo più conseguenze non drammatiche e tragiche. Basta una scivolata come quella del povero Marcos e una piroetta della moto impazzita che invece di farti scivolare all’esterno ti catapulta in pista con gli altri concorrenti che ti travolgono perché un innocuo spavento si trasformi in tragedia. Non è stata questa, sostanzialmente, la dinamica dell’incidente mortale del povero Marco Simoncelli?

Allora? Allora niente. Se si punta tutto sulla bagarre perché fa show e lo show chiama gran pubblico sugli spalti e davanti alla tv producendo business (per tutti o quasi) l’incidente è più facile che avvenga e non resta che sperare nella buona stella. Nei decenni scorsi – in un motociclismo assai più pericoloso con guard rail, motori bloccati, curvoni, alte velocità senza spazi di fuga ecc. – agli appassionati bastava una lotta per la vittoria fra due-tre piloti perché le componenti dell’appeal delle competizioni erano anche altre, quali la lotta fra le moto di diverse marche e di diverse tecniche addirittura il sound dei diversi motori, lo stile, la bandiera ecc. 200 mila sugli spalti di un circuito esultavano al trionfo di Agostini nella classe regina dove il secondo arrivato veniva doppiato, spesso anche più di una volta. Chi guarderebbe oggi una corsa MotoGP con il vincitore che doppia il secondo arrivato e dà due giri al terzo? Qui siamo. Qui ci fermiamo. Per adesso.

Jerez tragica, muore a 14 anni Marcos Garrido

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