MotoGP, Yamaha: Rossi e Vinales “fratelli coltelli”?

Yamaha sta sul pezzo, non è tecnicamente alla deriva, ma è un azzardo dire che a Jerez sia risorta superando il gap del 2018.

MotoGP, Yamaha: Rossi e Vinales “fratelli coltelli”?


Per la Yamaha gli ultimi test MotoGP di Jerez sono da considerarsi double-face. Il cronometro, si dice in queste occasioni, non fa testo, ma alla fine la tabella dei tempi viene girata e rigirata perché – inutile negarlo – chiudere la vecchia stagione in attesa di quella nuova, davanti o dietro, non è la stessa cosa, specie sul piano psicologico per il pilota e su quello dell’immagine per il Team.

Honda, come noto, ha fatto la voce grossa, chiudendo i test con il miglior tempo (1’37.945) di Takaaki Nakagami – in sella alla RCV dell’infortunato Crutchlow, anche se nessuno sa che tipo di moto ha usato il pilota nipponico - davanti a Marquez per 25 millesimi, con l’altra Honda di Lorenzo quarta (a 160 millesimi).

La Yamaha si è “infilata” fra le tre moto dell’Ala dorata con Vinales, terzo tempo (1.38.066), con Rossi solo 11esimo (1.38.596) a sei decimi e mezzo dal poleman virtuale giapponese. Come interpretare questi dati?

MotoGP, Yamaha: Rossi e Vinales “fratelli coltelli”?

A Jerez ci si è concentrati sul motore con valutazioni differenti fra i due piloti sulle due nuove specifiche già testate la settimana scorsa a Valencia. Alla fine della prima giornata, Rossi, 17esimo a oltre un secondo e sei dalla vetta aveva stampata in viso la delusione. L’asso pesarese, pur pessimista perché convinto che fra i due motori non ci fosse gran differenza, alla fine del secondo giorno riduceva il gap concordando con Vinales nel dare la preferenza alla specifica che garantisce una migliore gestione del freno motore.

«Concordo con Viñales – chiosava Valentino - che il motore migliore è quello con più freno motore, ma secondo me non basta: la differenza con la versione 2018 è minima, e, come accadeva l’anno scorso, continuiamo a consumare troppo le gomme: per 5/6 giri la moto funziona bene, poi il calo è importante». Limite non da poco, considerando anche le basse temperature durante le prove. Rossi alzava poi il tiro delle sue bordate, spostando le sue critiche più a largo raggio, sul piano strategico, contestando la Casa di Iwata che sarebbe stata spiazzata da altre Case, in primis Ducati, capaci di fare il salto di qualità decisivo, “copiando” di fatto l’impostazione progettuale e strutturale della Formula 1.

Insomma, una bocciatura. Di tutt’altro tono il giudizio di Vinales che, ritrovato il feeling con la M1, gongolava a caldo: “Sono molto contento di questi test anche con gomme usate e serbatoio pieno. Serve ancora più trazione ma anche così a Jerez ho girato forte come non mai. Yamaha sta risolvendo i suoi problemi. Ora c’è la base su cui lavorare. La M1 è una moto competitiva”. Ecco. C’è la conferma di come l’uno (Vinales) veda il bicchiere mezzo pieno e l’altro (Rossi) veda il bicchiere mezzo vuoto.

Per Yamaha, una situazione contraddittoria e ad alto rischio per il futuro. Qui non pare trattarsi di uno scambio di idee a briglia sciolta ma costruttivo fra i due piloti ufficiali per cercare insieme una sintesi comune verso la soluzione dei problemi e tornare ad essere competitivi nelle gare e in campionato. C’è evidentemente un solco fra i due piloti nella interpretazione di quel che Yamaha fa e può fare: Vinales vede i miglioramenti sulla M1 e crede nella volontà e nella capacità della Yamaha di un pronto recupero mentre Rossi resta ancorato nel dubbio riducendo al lumicino le speranze di resurrezione. Non solo. La diatriba di carattere tecnico svela in realtà il nodo centrale che riguarda il ruolo di Valentino e di Maverick nella squadra: chi detta la linea per lo sviluppo tecnico? A chi dà retta Yamaha? Detto papale papale: chi dei due piloti “comanda”?

Al di là delle questioni caratteriali, nella difficoltà dei rapporti fra i due campioni pesa il feeling ritrovato con la M1 da Vinales (sancito dai tempi di Jerez) nei confronti di un Rossi inchiodato su tempi assai scarsi, soprattutto frenato da un pessimismo al momento non superabile. Ciò non perché i tempi dei test siano così decisivi per se stessi, ma perché possono delineare quel che presto potrebbe accadere anche sulla leadership interna fra un pilota che fra qualche settimana compie 24 anni e l’altro che ne compie 40. Tali fibrillazioni rischiano di sfociare in aperta contestazione reciproca con danni enormi rispetto all’armonia della squadra e, soprattutto, rispetto alla possibilità di recuperare il gap tecnico.

Il compagno di squadra, si sa, è il primo avversario da battere. Di questo passo, in Yamaha, l’altro potrebbe essere anche il “nemico” numero uno. Nel motociclismo, da sempre, due “galletti” nello stesso pollaio hanno creato difficoltà di gestione pur costituendo spesso una forte spinta positiva per il Team e la Casa che li ingaggia. E’, ad esempio, quel che ora spera Honda con Marquez e Lorenzo, portati sotto lo stesso tetto. La regola, però, è sempre stata una: fin che due piloti con la stessa casacca rappresentano uno stimolo vicendevole, un valore aggiunto per la squadra portando contributi tecnici e vittorie in gara e in campionati, si fa festa nel Team in armonia, gran sorrisi e pacche sulle spalle, moto al top, assegni firmati senza stare tanto a tirare sulle cifre.

Quando invece iniziano le turbolenze e, dopo musi lunghi, dispetti e sgambetti, si arriva alla fase dei “separati in casa”, mettendo a rischio il risultato e la tenuta stessa del Team, allora si cambia registro. Come? Una volta con un secco telegramma di “benservito” firmato dal “padrone” della Casa e formato da una sola parola: “licenziato”. E oggi? Oggi, senza più il titolare della Casa presente nel box, l’approccio al tema e la metodologia di aggancio e di “sgancio”, anche per esigenze di immagine e di comunicazione, sono cambiate, più felpate e “politiche”, ma le conclusioni sono più o meno le stesse, portando in caso di impossibile coabitazione uno dei due piloti (o anche entrambi) a cambiare “aria”.

Fin qui il Team ha retto, subendo senza apparenti scossoni spifferi e folate di… maestrale. Idem la Casa (Yamaha) che si è tenuta il rospo nel gozzo assumendosi ogni responsabilità – al limite del harakiri - per i mancati risultati. Bisognerà vedere se (con le coppie dei piloti delle Case avversarie più “costruttive” e “sulla stessa lunghezza d’onda” vedi Marquez e Lorenzo in Honda, Dovi e Petrux in Ducati ecc.) tirando i piloti – specie Rossi – ancora la corda, fino a che punto ad Iwata incasseranno nuove sberle, senza reagire. Il 2019 è già qui. La situazione in Yamaha non può rimanere così, con il fuoco che cova sotto la cenere.

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