Motomondiale, regolamenti e show: rivoluzione?

Nello sport le sinergie sono utili, specie fra discipline “cugine” come può essere fra motociclismo e ciclismo che ieri, appunto, nella frazione pirenaica ha inscenato uno start … motoristico.

Ieri il Tour de France ha “copiato” la MotoGP con una partenza di tappa (la 17esima) inedita che ha visto i corridori schierati in una griglia stabilita in base alla classifica generale, con la maglia gialla Geraint Thomas in… pole position. Nel merito della corsa, ovviamente, non è cambiato niente ma l’effetto scenico e mediatico è stato positivo.

E’ l’ennesima dimostrazione che il grande sport, in un’epoca caratterizzata dall’immagine e dalla rivoluzione tecnologica della comunicazione, cerca sempre nuove strade stimolanti in funzione dello show-business. Indietro non si torna, si tratta di vedere come andare avanti, in meglio, non snaturando né mortificando cultura e valori tecnico-agonistici ineliminabili nello sport, in particolare in quelli motoristici.

Nei grandi Giri ci sono quotidianamente le tappe (21 nel Tour 2018) come nel Motomondiale ci sono le singole gare nelle varie nazioni (19 round nel 2018) e l’obiettivo dei partecipanti è il successo di tappa (di gara, nelle moto) e soprattutto la vittoria finale (del Giro nel ciclismo) che nel motociclismo si traduce nel titolo di campione del Mondo (il mondiale di ciclismo, come noto, si svolge in una tappa unica).

Entrambi gli sport, pur con caratteristiche assai diverse, godono del favore di grandi masse di appassionati, grazie ai grandi campioni protagonisti di eventi agonistici tradotti in grande show pro-business dovuto al ritorno di immagine. Proprio per tener vivo e moltiplicare l’interesse, anima del business, al Tour (e non solo lì), la lotta non riguarda solo la vittoria di tappa e la classifica generale (per la ben più ambita vittoria finale) ma è più articolata stimolando i corridori a battersi anche per conquistare traguardi intermedi (ad esempio i traguardi volanti) e indossare “maglie” di diverso colore (oltre a quella “gialla” della leadership generale): quella “a pois” per il leader della classifica scalatori (gran premi della montagna), quella “rossa” per il corridore più “combattivo”, quella “bianca” per il “rookie” ecc. Ciò stimola e mette pepe a tutti i partecipanti, comporta gran movimento, sempre e ovunque, grande interesse mediatico e di pubblico, soddisfazioni e onori (e soldi) per tutti. Nel motociclismo, di fatto, i “giochi” riguardano la vittoria di gara (al massimo il podio) e il titolo iridato finale. Non di rado domina un unico pilota, una unica moto.

In SBK, ad esempio, per spezzare il monopolio del binomio (Rea-Kawasaki) si sono utilizzati i regolamenti in termini “restrittivi” e “punitivi”, imponendo la… zavorra alle moto più veloci e invertendo la classifica con i primi di Gara 1 del sabato retrocessi d’ufficio nella griglia di Gara 2 della domenica. Un bluff. La toppa peggiore del buco. Perché, pur nella stessa logica di ravvivare lo show, non capovolgere il concetto “premiando” e non “mortificando” i più attivi e veloci? Come? Anche nel Motomondiale (specie in Moto3 ma anche in MotoGP) i regolamenti spingono verso un “appiattimento” tecnico producendo tempi sul giro molto ravvicinati, gare sempre più combattute con molti piloti a giocarsi vittoria, podio e posizioni nella top five, top ten ecc.

Al contempo ciò produce – anche per problemi di usura gomme – livellamenti e tatticismi di vario tipo, usando le scie (non solo in qualifica) o – per i più veloci – giocando a gatto col topo, dando “tutto” (vedi Martin in Moto3 e Marquez in MotoGP) solo nel rush finale. Perché, ad esempio, non “premiare” i… “garibaldini”, i “corsari”, i “guerrieri”, il pilota che passa in testa ogni giro, quello che fa il giro veloce in gara, chi recupera più posizioni, il più combattivo ecc.?

Sia con un punteggio che potrebbe (anche) incidere nella classifica generale (ad esempio: mezzo punto al pilota che passa primo ad ogni giro: Jorge Lorenzo ne avrebbe, oggi, di punti!) e che potrebbe anche formare una classifica a parte, autonoma, incoronando a fine stagione – oltre al campione del Mondo – anche il campione della combattività, dei giri veloci, delle qualifiche ecc., come avviene per il leader degli scalatori al Tour e così via? Insomma, una spinta vitaminica, con lo show collegato a chi è più veloce e che più rischia non a chi è più… formica. Sono solo spunti di riflessione, un sassolino nello stagno di un motociclismo gigante dai piedi d’argilla, bisognoso di novità senza mortificare la propria essenza di competizione tecnica e agonistica.

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