MotoGP Assen: Rossi, baionetta e colpo in canna?

Sulla pista olandese è forse giunto il momento del riscatto del rider di Tavullia...

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Negli ultimi tempi, in particolare in questa stagione, Valentino insiste, idem Vinales, sulla scarsa competitività della sua Yamaha addirittura lanciando pubblicamente ripetuti appelli alla Casa di Iwata perché si dia “una mossa” per tornare ai livelli di Honda e Ducati, ritenute dall’asso pesarese più competitive delle M1.

E’ vero, la M1 non vince da ben 17 gare ed è stato proprio Valentino a condurla al successo, l’ultima volta, esattamente ad Assen, il 25 giugno 2017. Sul magnifico tostissimo circuito olandese Valentino vanta ben 10 primi posti in carriera (nelle ultime sei edizioni Yamaha ha vinto tre volte sempre con l’asso pesarese, contro le tre vittorie Honda con Stoner, Marquez, Miller) e la M1 qui ha vinto ben 9 volte: come dire, un binomio che sa qual è la strada che porta sul gradino più alto del podio.

E’ altrettanto vero che lo stesso Rossi, dopo i primi sette round iridati 2018, è posizionato nella zona alta della classifica generale: è secondo (88 punti) dietro a Marquez (115 punti) e davanti alle altre due Yamaha di Vinales (77) e Zarco (73) seguiti a loro volta da Petrucci-Ducati (71), Crutchlow-Honda (69) e dalle due Ducati ufficiali del risorto Lorenzo (66) trionfatore degli ulti due GP e del traballante Dovizioso (66), ko nelle due ultime gare, quindi da Iannone-Suzuki (66), Miller-Ducati (49) e Pedrosa-Honda (40).

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Va subito detto che la differenza, fin qui, l’ha fatta Marquez – cioè oggi il number one non solo perché è il campione del mondo in carica - con le sue tre vittorie, pur se con l’handicap di due “0”. Questo per dire che Rossi, con la sua martellante regolarità dei quattro podi, è in classifica il … primo dopo… Marquez, ed è in piena corsa per il titolo mondiale con la bellezza di 12 gare ancora da disputare. Che altri piloti abbiano commesso errori pagati poi in classifica non è da incolparsi a chi questi errori non li ha fatti (Rossi) e non si può quindi tirare in ballo la sfortuna-fortuna.

Chi sbaglia, paga. Addirittura, a dimostrazione di una continuità positiva che frutta, la Yamaha è in testa nella ambita classifica per team. In un campionato del Mondo così competitivo e lungo contano i numeri e su quelli va impostato il ragionamento. La domanda s’impone: la Yamaha e soprattutto Rossi potevano fare di più? Possono fare meglio? Non entriamo nello specifico dello sviluppo della M1 – erogazione di potenza, elettronica, bilanciamento, assetti, telaio – ben sapendo che una MotoGP è in continua incessante evoluzione dove il tempo sul giro scende se tutte le componenti raggiungono la migliore sintesi e portano il pilota al migliore feeling.

Non abbiamo mai sentito dire a nessun pilota – anche dopo una cavalcata trionfale – che la moto è “perfetta”: oggi, per qualsiasi corridore, c’è sempre un problema gomme, un problema assetto, un problema di trazione, un problema di grip ecc. spesso amplificati per giustificare prestazioni inadeguate o sotto le aspettative. Diciamo subito che siamo fra quelli che credono poco anche al discorso delle piste “amiche” convinti che alla fin fine sia sempre il pilota – con la sua manetta - a fare la (piccola ma fondamentale) differenza, al netto di incidenti, del valzer gomme e del meteo.

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Piloti come Surtees, Hailwood, Agostini dicevano: “Si corre con la moto che c’è”. Non si aspetta il pezzo nuovo o le modifiche richieste per “aprire” e dare tutto e di più anche sopra il 100% buttando il cuore oltre l’ostacolo. Dall’inizio di stagione Rossi ha gestito le gare in modo egregio con una strategia intelligente ma “conservativa” tesa a mettere più punti possibile nel carniere, senza commettere passi falsi. Aveva (ha) la moto per tentare la fuga? No. Ma, forse, non ci ha neppure provato. Non solo per i rischi, ma anche per una questione di “immagine”. Sì. Un conto è recuperare posizioni da dietro, facendo sorpassi, finire a podio in una corsa in recupero, un altro conto è andare in testa ma essere ripresi e poi sfilare dietro, sconfitti.

Ecco. Il Rossi di una volta era quello imprendibile. Il Rossi di oggi è più guardingo, attendista, calcolatore, passista, limitandosi a guardare la lepre (o le lepri) da dietro, confidando anche nella buona stella. Ad Assen è l’ora della svolta. Il ritorno di Rossi? Si vedrà. Serve di nuovo il Rossi fuori dalla trincea, all’attacco, con baionetta e colpo in canna.

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