20 maggio 1973: Pasolini e Saarinen, lezione di una tragedia

Sulle cause di quella tragedia avvenuta subito dopo la partenza, oltre i 200 Kmh al curvone, si sono scritte montagne di pagine con tante ipotesi.

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Quarantacinque anni dopo di quel 20 maggio 1973 in cui perirono in gara a Monza Renzo Pasolini e Jarno Saarinen c’è un dato di fondo su cui riflettere e riguarda la sicurezza delle corse. Sulle cause di quella tragedia avvenuta subito dopo la partenza, oltre i 200 Kmh al curvone, si sono scritte montagne di pagine con tante ipotesi (olio in pista non pulito dalla gara precedente della 350, asfalto rappezzato male, aggancio ad alta velocità fra piloti, problemi del nuovo motore bicilindrico 2 tempi raffreddato ad acqua del Paso ecc.), ci sono state anche inchieste, perizie tecniche e atti della magistratura che alla fine attribuì al grippaggio dei due pistoni (Yamaha) nei due cilindri della H.D. l’avvio che innescò la carambola fatale.

Una conclusione però non convincente per piloti, tecnici e pubblico presente anche perché la moto di Pasolini schizzò via perdendo l’anteriore (gomma fredda data la mancanza del giro di riscaldamento?) e non con la classica svirgolata della ruota posteriore (con segno nero sull’asfalto che non c’era…) conseguente al bloccaggio per il grippaggio del propulsore. Grippaggio peraltro improbabile col motore in tiro a gas tutto aperto e comunque grippaggio che potrebbe anche esserci stato immediatamente dopo la caduta per fuori giri e/o per il sobbalzo del posteriore e/o con l’acceleratore chiusosi automaticamente non essendo più guidato dalla mano del pilota.

Come noto, l’HD picchiò nel guard rail rimbalzando in pista e colpendo in pieno viso Saarinen, poi investito da altri corridori in una ammucchiata infuocata dove Renzo e Jarno perderanno la vita, altri 14 piloti saranno feriti, altri ancora miracolosamente illesi, un tragico caos per responsabilità di quel motociclismo de “I giorni del coraggio” fatto da un mix di audacia di piloti spesso al limite dell’incoscienza e di organizzatori poco attenti – per non dire peggio - alla sicurezza in pista.

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Chi scrive queste note era presente all’imbocco del curvone, sul prato a destra, e ricorda perfettamente. Era l’inferno. Piloti e moto a terra, ovunque. Le balle di paglie che prendono fuoco. Uno spettacolo agghiacciante. Soccorritori disperati. Due medici tentano disperatamente di rianimare Pasolini. La prima ambulanza giunge tardissimo, dopo 11 minuti e corre via con Jarno che giunge cadavere in infermeria. Renzo dà ancora segni di vita ma il suo cuore cessa di battere pochi minuti dopo vicino al corpo informe dell’altro sventurato pilota. Il papà di Renzo, Massimo, attende fuori dalla palazzina del centro medico nel paddok, impietrito. Così come la bella e pallida Soili, moglie di Jarno, chiusa nella sua disperazione. Sull’autodromo cala il silenzio cupo dei giorni dell’ira e del dolore. Poi, dopo, il solito valzer di polemiche, mille congetture, cause durate anni. Tutto inutile, o quasi.

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Nelle corse, si sa, il rischio è ineliminabile così come sono legate all’imponderabile le conseguenze di una caduta. Qui s’impone la domanda: cosa sarebbe accaduto oggi, con gli attuali spazi di fuga e con queste moto e questo abbigliamento ecc.? Nessuno può dirlo perché anche nel motociclismo odierno non mancano incidenti gravi e anche mortali. Fatto sta che, per fortuna, queste conseguenze nefaste sono oggi l’eccezione mentre all’epoca erano la regola.

Chi ha visto da vicino quel tratto di pista monzese del curvone dell’epoca (dove i piloti entravano in una specie di cunicolo rabbuiato dal bosco circostante lanciati dopo la Parabolica dal lungo rettifilo e passavano “a manetta” spesso in scia o a ventaglio, incredibilmente inclinati, con le lame del guard rail a poche decine di centimetri e con spazi di fuga di fatto inesistenti) sa bene che tutto era legato alla dea bendata, tant’è che di lì a poche settimane, l’8 luglio 1973, in una gara juniores delle 500, nello stesso punto si ripetè un incidente dalle stesse tragiche conseguenze con la morte di altri tre piloti: Carlo Chionio, Renzo Colombini, Renato Galtrucco.

Cosa era stato fatto in un mese e mezzo dalla precedente tragedia di Pasolini e Saarinen? Nulla. Scrivevamo in un precedente articolo su Motoblog:

“Renzo, l’antidivo dal sorriso mesto sotto gli occhialoni da tartaruga e Jarno, funambolo sul ghiaccio, ingegnere meccanico e titolare di una azienda di pompe funebri a Turku, il più forte pilota degli anni ’70, se ne andavano così. Per amore di quel motociclismo che divorava i suoi figli migliori. Per l’insipienza e l’arroganza di chi quello sport dirigeva."

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