SBK, l’ora del Thai “bollente” fra show e regolamenti-bluff

Chi “azzecca” l’elettronica (salvaguardando le gomme e non solo…) ha maggiori chance di vittoria rispetto a chi ha problemi con la centralina...

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Quel che ha accomunato l’avvio del mondiale SBK con quello della MotoGP è il trionfo Ducati sia nel primo round delle derivate il 25 febbraio a Phillip Island (inaspettata doppietta-show di Melandri), sia in quello della classe regina il 18 marzo a Losail (annunciata vittoria-show di Dovizioso).

La MotoGP mette in scena la prima rivincita il prossimo 8 aprile a Rio Hondo in Argentina mentre il prossimo week end del 24-25 marzo la SBK sbarca in Thailandia, nel “forno” di Buriram. Ma c’è altro che avvicina MotoGP e SBK, emblema del motociclismo show-business, “harem” del promoter Dorna: quest’anno, ancor più delle ultime edizioni, saranno entrambi i campionati dell’elettronica e delle gomme.

Chi “azzecca” l’elettronica (salvaguardando le gomme e non solo…) ha maggiori chance di vittoria rispetto a chi ha problemi con la centralina per difficoltà di gestione o per limiti di tecnologia. La prima conferma, appunto, è arrivata da due circuiti molto diversi, Phillip Island per la SBK e Losail per la MotoGP. Su Motoblog abbiamo già affrontato l’argomento elettronica MotoGP, qui facciamo il punto sul WSBK, partito con la splendida doppietta del binomio italiano Melandri-Ducati risultato che, specie in Italia, aiuta a risvegliare l’interesse sfuocato per una categoria in crisi di identità e di prospettiva, crisi per nulla superata con i nuovi regolamenti bluff del 2018.

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Guai illudersi e soprattutto guai accettare la storiella di una SBK scontata e noiosa se domina Rea su Kawasaki (come nelle ultime 3 stagioni) che diventa innovativa e affascinante se vince Melandri su Ducati. L’aspirina dei nuovi regolamenti, assurdi quanto inutili, illudono solo i soliti quattro lecchini imbonitori convenuti al capezzale del morente in procinto di esalare l’ultimo respiro. La crisi c’era e c’è: dopo il ballo sul Titanic per lo show di Phillip Island si tornerà a gridare aiuto! annaspando fra i flutti. Non torniamo sui perché di questa crisi a cui più volte abbiamo dato risposta. Resta il fatto che la SBK non fa più presa, divenuta “parente povera” della MotoGP, una categoria che sempre più pare essere per Dorna uno scomodo disturbo, forse un dente da togliere.

Veniamo al resto, ai nuovi regolamenti. Per quali obiettivi sono stati varati? In sostanza per riequilibrare gare e campionato, alzando la terra e abbassando il cielo. Quindi “frenare” la moto superiore (in questo caso soprattutto le Kawasaki ufficiali), avvicinando gli avversari più diretti e per consentire maggiori chances ai privati, i cosiddetti “indipendenti”. Lasciamo stare la “pensata” di penalizzare i primi tre piloti di Gara 1 retrocedendoli sulla griglia di Gara 2 così da costringerli ad inseguire: un escamotage rischioso quanto inutile.

Veniamo alla limitazione d’ufficio per le moto dominatrici (in questo caso le ufficiali Kawasaki ma anche Ducati) costrette a gareggiare con una sostanziosa limitazione di giri del motore (1000 giri in meno per la Verdona) e il divieto di modificare i rapporti del cambio. Cosa è accaduto alla prova del budino, cioè nei primi due round di Phillip Island? Niente di nuovo. Anzi. Le moto con i propulsori “strozzati” (Kawa e Ducati ufficiali) sono risultate addirittura più veloci del 2017 migliorando il tempo sulla distanza di gara (in Gara 1 Melandri 12 secondi più veloce) con una media di circa mezzo secondo più veloce a tornata.

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E il confronto fra ufficiali e privati? Ancor peggio, con distacchi più accentuati rispetto alla scorsa edizione. Mettere la museruola per limitare le tecnologie (in primis l’elettronica) porta al risultato opposto, favorendo ancor di più, specie in gara, le moto ufficiali, quelle con maggiori disponibilità di budget, con superiorità nel know-how e nei sofisticatissimi software, con tecnici dedicati e di elevatissima professionalità ecc. Insomma, regolamenti che pongono dubbi sulle competenze di chi li ha proposti e di chi li ha approvati: ridurre i giri del motore, tagliare un po’ di coppia e di potenza non cambia – come si è già visto – la scala dei valori in campo e quindi il risultato finale.

Buon per noi che Melandri (zitto zitto l’italiano number one per vitttorie in SBK: 22 contro le 21 del “Corsaro” Biaggi) e la Ducati (zitta zitta capace di spremere ancora il suo “bicilindricone”) hanno riacceso passioni e speranze anche se Phillip Island è pista “amica” del bicilindrico e del pilota ravennate nonchè favorevole allo show. A Buriram le Rosse si ripeteranno (Melandri cerca il bis dimenticando il 2017 e Davies il riscatto, a digiuno di vittorie da Magny-Cours nell’ottobre scorso, troppe volte out per i suoi troppi errori) o ci sarà il ritorno all’antico con il dominio delle Kawasaki soprattutto con Rea (occhio anche a Sykes!) dal dente avvelenato per i problemi di gomme in Australia, deciso a riprendersi lo scettro su un circuito che lo ha visto sempre gran mattatore? Questo è il leit motiv del rovente GP di Thailandia.

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E l’Aprilia? Qui la moto c’è (non facile, ma pur sempre dotata di grande telaio e di grande motore), moto tutt’ora vincente. E’ anche vincente il Team esterno Milwaukee? Sono vincenti i due piloti i cui (rari) exploit non si sostanziano in risultati? Savadori, bella promessa che rischia però di rimanere tale e Laverty, a corto di stimoli. Così, Aprilia, quo vadis? Interrogativi anche sulla competitività dell’altra marca italiana, la MV Agusta affidata al valoroso Torres.

Risultati difficili da ottenere con una “bella” moto dall’eccellente ma datato (15 anni fa…) progetto, con un motore innovatore che ha fatto storia ma che oggi paga in potenza, peso, ingombro. Serve voltare pagina. Si può fare? Quale progetto, quale budget? Honda pare in recupero rispetto al 2017 e al 2016, stagioni in cui il rapporto con Cosworth (motore e centralina elettronica) ha dato solo… foglie secche. La scelta di riportare tutto (o quasi) in casa HRC è una scelta felice così come quella di usare (presto) la centralina Marelli. Camier, poi, ci mette del suo. I risultati verranno.

Yamaha, dopo i clamori dei test invernali e le delusioni in Australia, ha l’occasione per rilanciare due piloti di grandi annunci… traditi quali Lowes e van der Mark. La moto ha una buona base, motore versatile e potente, ottimo telaio, guidabilità. Serve sviluppo, serve tempo. Soprattutto serve capire se i suoi due piloti si sono … spenti.

Tenta il bis del colpaccio del podio (o di più?) il tostissimo indemoniato spagnolo Xavi Forés sulla Ducati-Barni, una Panigale non ufficiale ma nobile assai: il giovane spagnolo ha classe grinta e voglia, sarà lui la lieta sorpresa. BMW c’è ma non c’è: Casa di gran lignaggio ma oggi disinteressata a u vero progetto racing. Si spera nel pieno ristabilimento di Loris Baz dopo la frattura alla spalla nella terra dei canguri e nel Team Althea capace di fare miracoli. Qui siamo. Più o meno.

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