MotoGP, già dimenticato il 2017 super di Marquez e Dovizioso. Colpa di Rossi?

Perché tanta fretta di dimenticare il 2017-super?

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Oggi la stagione del Motomondiale 2017 si chiude definitivamente con gli ultimi test in Malesia del Team Movistar Yamaha MotoGP. Con Valentino Rossi in pista – oltre che con Maverick Vinales – si spera che sui media (italiani) si torni a parlare di motociclismo. Già, perché sono passate solo due settimane dalla fine del rovente mondiale MotoGP 2017 ma - come si volesse chiudere sbrigativamente una pratica – ci si è proiettati diritti sul 2018 quasi dimenticandosi del gran titolo conquistato da Marquez (Honda) e della stagione super di Dovizioso (Ducati), indubbiamente grande pur se inaspettato protagonista.

Come noto, se i riflettori vengono tenuti accesi dal tam tam mediatico la gente non stacca la presa del proprio interesse su qualsiasi questione, sport compreso. Se invece l’onda dei media si spegne, la festa finisce e l’interesse si sposta altrove. Perché?

Inutile girarci attorno: in Italia, il motociclismo fa la parte del leone (sui media e non solo) se sugli altari c’è Valentino Rossi. Con Rossi fuori dai giochi (non stiamo qui a ripeterne i motivi), out dalla lotta per la corona più ambita, tutto quel che accade – anche corse tiratissime e un titolo deciso alla fine dopo ben 18 gare, passa in second’ordine, privando tutti gli altri protagonisti – persino un fenomeno che a 24 anni vince il suo sesto mondiale e un binomio italiano in lotta fino all’ultimo per il titolo della classe regina – del giusto riconoscimento mediatico.

Nel motociclismo – ma è stato ed è così in ogni sport – è da sempre la lotta fra un vincitore e un vinto ad alimentare lo sport trasformandolo persino in fatto sociale, culturale e di costume. Anche quando per anni Agostini non aveva avversari (non per sua colpa…) i media cercavano in tutti i modi di “inventare” l’alter ego in pista e fuori e gli organizzatori promuovevano “gare-miracolo” come quelle di Villa Fastiggi a Pesaro (Agostini. Hailwood, Agostini-Saarinen ecc.) o quelle inglesi a Mallory Park ecc.

Lo sport vive se sul “ring” sale il campione e lo sfidante. Ce lo ricordano, fra i tanti Nuvolari-Varzi, Liberati-Duke, Ubbiali-Provini, Agostini- Hailwood, Pasolini-Agostini ecc. Cosa sarebbe stato il ciclismo senza l’epopea di Coppi-Bartali? Qui no. Si celebra in assoluto sempre e comunque lo stesso campione anche se non indossa più la corona del number one privando di un pari interesse (o addirittura sminuendone le qualità) lo sfidante anche quando questo diventa vincente, il nuovo protagonista.

Tutto il can-can sulle cadute di Marquez, sulla sua tecnica salva-voli… extraumana, sul fattore “c” come se l’asso spagnolo fosse in combutta con la Dea bendata, addirittura su cervellotiche ipotesi di marchingegni elettronici salva-disastri inseriti nella sua Honda, cosa sono se non la scomposta ricerca da parte di media compiacenti per arrampicarsi sugli specchi e togliere valore alla vittoria del funambolico asso spagnolo cercando, al contempo, di trovare giustificazioni per mitigare la sconfitta dell’eroe sceso dal piedistallo?

Così la stagione ancora “calda” passa nel dimenticatoio, si azzera perché non è andata secondo… “programma”. C’è il timore (il terrore?) che senza Rossi trionfatore il giocattolo si rompa con danni per tutti. In Italia, soprattutto in televisione e sui cosiddetti grandi giornali di informazione, dopo Valencia il motociclismo è scomparso, tornando molto timidamente a fare capolino in qualche scampolo dei test spagnoli.

La stagione 2017 ha aperto interrogativi ai quali va data risposta per capire meglio e in anteprima il prossimo campionato. Dove si è vista una analisi tecnica e agonistica della stagione? Chi ha svolto approfondimenti sul “perché” e sul “percome” riguardo ai vincitori (al vincitore Marquez!) e ai vinti (non solo il Dovi…)? Solo poche ore dopo l’ultimo round di Valencia ci si è buttati sul futuro di Valentino che annunciava: “Corro ancora. Ho paura di smettere. L’obiettivo resta sempre il 10° titolo”. Minestra riscaldata, poco più. Poi ci si è buttati in un amen dalle due alle quattro ruote pompando con grande anticipo il ritorno di Rossi nel prossimo Rally di Monza, gara-parade di scarso show e ancor più scarso valore tecnico-agonistico.

Così sui media tornano il gossip, i retroscena sul passato, le illazioni di mercato sul futuro, con la volontà di tenere accesa la fiamma della polemica basandosi però sulla “fuffa” e non sulla realtà dei valori in campo. Ancora una volta Rossi ha mancato l’obiettivo del titolo numero 10, quella ciliegina sulla torta di una carriera straordinaria di un fuoriclasse straordinario, che però lascia l’amaro in bocca al “Dottore” e al popolo “giallo” nonché a tutto il Circus della MotoGp e dintorni che identifica il motociclismo in Valentino.

Perché non parlare di Dovizioso, facendolo entrare, oltre che nel cuore dei tifosi, nel cosiddetto grande pubblico generico? Non è la qualità dello sfidante “sconfitto” che dà più valore al vincitore-mito? Qui no. Biaggi e Stoner ieri, poi Lorenzo, quindi Marquez e Dovizioso, invece di essere valorizzati come validissimi sfidanti o possibili “alter ego” del fenomeno consacrato vengono “sminuiti” nel loro valore di piloti quando non accusati di … “lesa maestà”.

Così non si fa un buon servizio né a Rossi – superbo campione – né al motociclismo, che è nato molto prima del 9 volte iridato e proseguirà anche dopo che il “Dottore” – Dio non voglia – attaccherà il fatidico casco al chiodo. Il futuro è già qui, anzi il presente, e si chiama Marc Marquez. Rossi è “tranquillo”, non così il clan mediatico, appassionati pro tempore, anime in pena prigionieri di una nostalgia.

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