Macau tragedia, colpa del “destino cinico e baro”?

Ennesimo lutto. Tragedia evitabile?

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Stavolta, dopo l’ennesimo incidente in corsa sul circuito di Guia nel Macau GP che ha provocato la morte del 31enne Daniel Hagerty, non siamo d’accordo con il monito di Enzo Ferrari: “O si smette di piangere o si smette di correre”. Dopo questa ultima tragedia, inevitabili le polemiche, specie dei crociati anti corse, così come le ipocrisie di chi si lava la propria coscienza nascondendosi dietro il solito refrain, stantio quanto complice: “Queste sono le corse, questo è il motociclismo”.

E’ vero, agli avvoltoi di turno ribadiamo che va sempre rispettata la scelta di vita di ognuno, anche di chi insegue i suoi sogni su una moto da corsa. Così come va ricordata la caducità dell’esistenza umana – di chiunque, anche di chi sta in panciolle a casa propria su un divano – e di come la dea bendata colpisca come e quando vuole senza chiedere permesso. Ma con altrettanta forza va detto che il motociclismo, pur restando sport ad alto rischio, non è lo strumento per sfidare la morte in un gioco d’azzardo potenzialmente letale, emulando la roulette russa, sperando che la pallottola in canna non sia per te.

In ogni stagione, da sempre, il motociclismo piange le sue vittime e anche il 2017 non fa eccezioni. Quest’anno la triste serie si apre il 19 febbraio 2017 con la morte in circuito del 31enne Stefano Togni, prosegue il 9 marzo con la morte a Nogarò del 34enne Antony Delhalle, poi pochi giorni dopo a Le Mans con quella del 27enne Adrien Protat, quindi il primo aprile a Donington tocca a Mick Whalley in una carambola che poteva avere conseguenze ben peggiori, ancora il 25 aprile la scomparsa in Irlanda del 38enne Dario Cecconi.

Altri incidenti mortali sono avvenuti in circuiti diversi con piloti non professionisti nelle sedute di test non… agonistici, per non parlare di altri incidenti non mortali ma con conseguenze gravi, come ad esempio quello del 21enne Simone Mazzola nel Civ a Misano. Nel Motomondiale, nel Wsbk, nel Cev, nel Civ e nei campionati nazionali e in quelli “minori” le cadute sono state centinaia e centinaia, per fortuna senza gravi conseguenze.

Paradossalmente l’incidente non è l’eccezione perché le corse di moto restano uno sport ad alto rischio. Caso mai, grazie ai grandi passi avanti fatti in tema di sicurezza negli autodromo permanenti, rispetto al passato, oggi le conseguenze delle cadute sono meno devastanti e la caduta mortale è una eccezione, anche se non eliminabile. L’abbiamo ripetuto tante volte: il motociclismo è sempre stato e resta sport del rischio, componente ineliminabile e essenza del proprio essere.

Ribadiamo quanto già scritto su Motoblog: “Eliminare completamente i pericoli delle corse è impossibile perché c’è l’imponderabile legato all’errore umano, al fato sfavorevole, ai marchingegni elettronici a volte in tilt ecc. Tuttavia, le corse non sono una corrida, i piloti non sono gladiatori, i mezzi non sono strumenti offensivi, i circuiti non possono essere il Circo Massimo del “giro della morte”.

Le cosiddette corse su strada – il Tourist Trophy dell’Isola di Man è ancora oggi l’emblema di un motociclismo che pareva superato – aumentano a dismisura il rischio. Il circuito di Guia, un budello velocissimo per moto ultra potenti da 300 all’ora, tracciato cittadino fra guard-rail e grattacieli, senza vie d’uscite, è l’esempio di come lo sport finisce di essere tale diventando altro.

Se così è – e così è – l’incidente non può non comportare danni al pilota, fino alle estreme conseguenze, come per il povero Hagerty. Non vogliamo usare una fraseologia impropria ma è indubbio che – in questi casi - chi tace o è “ignorante” (voce del verbo ignorare) o, peggio, diventa complice di una scelta che i regolamenti del motociclismo mondiale e le leggi di quasi tutti i Paesi hanno proibito.

Quando si arriva al punto che se cadi ti fai davvero (sempre) molto male con conseguenze gravissime ci vuole una autorità “terza” istituzionale – anche fuori dal motociclismo – che dica “No” ponendo la parola fine. Punto.

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